
domenica 8 marzo 2009
8 Marzo, una festa di Giustizia

giovedì 5 marzo 2009
Il massimo profitto di pochi...
giovedì 19 febbraio 2009
I nodi vengono al pettine

sabato 7 febbraio 2009
LEXCIVILIS ANNO ZERO - il libro
martedì 20 gennaio 2009
La morte di Luigi Preti
E' morto un grande italiano. Un uomo che ha creduto e combattuto per la democrazia. Giovane antifascista, membro della Costituente, varie volte ministro. Fu tra i fondatori del Partito Socialdemocratico Italiano.sabato 17 gennaio 2009
LEXCIVILIS ANNO ZERO
Ecco qui sotto lo spot su Youtube, che prende a spunto la vicenda della pubblicità atea sui bus di Genova:
domenica 11 gennaio 2009
La politica in televisione, spot o fatti?
Nelle teche RAI[1] ho potuto rivedere un discorso di Alcide De Gasperi. Mi ha colpito per quanto era bello, profondo e comprensibile. Non credo di mancare di rispetto a nessuno, se dico che da allora, non abbiamo avuto più modo di ascoltare interventi politici altrettanto belli. Quello che De Gasperi comunicava con le sue parole e con la sua vita, è stato un esempio mai più raggiunto nei tempi successivi. La differenza con chi si occupa di politica oggi, è molto marcata. De Gasperi era un vero statista, un uomo di grande cultura e preparazione, un patriota, un vero servitore dello Stato. Oggi penso che di uomini e donne come lui ve ne siano molti in Italia. Nessuno di essi, probabilmente si occupa con successo di politica. Mentre il filmato del 1946 scorreva, rimanevo incantato ad ascoltare l’allora Primo Ministro parlare con quel tono vagamente enfatico che si usava allora. Mi hanno rapito il contenuto, la forza, e la coerenza che c’erano dietro alle sue parole.Oggi purtroppo sopporto a stento gli interventi dei nostri politici, immancabilmente riportati dai telegiornali. Ho sempre l’impressione che la parte più in risalto dei notiziari televisivi, sia proprio la politica. Se non accade qualche cosa di importante, i telegiornali si aprono con una successione degli interventi dei politici. Tutti, a turno, devono fare la loro comparsa. Non serve neppure che ci sia una polemica in corso. L’occasione può essere un’inaugurazione, un convegno, una presentazione. Comunque sia, il parere dei nostri parlamentari ci giunge ogni mattina, pomeriggio e soprattutto sera, senza risparmiare praticamente nessuna edizione. Telegiornali e trasmissioni di informazione ed intrattenimento, sono un palcoscenico molto ambito da chi vuole apparire. I direttori ed i loro giornalisti evidentemente non sono in condizione di rifiutare tanta generosa partecipazione.
Trasmissioni come Omnibus, su La7, od il caffè di Corradino Mineo, di RaiNews24, trasmesso la mattina su Rai3, hanno una decisa prevalenza tra gli ospiti, proprio di politici. Parlo non a caso di due trasmissioni che mi piaccio molto, ed a cui non saprei fare alcuna critica. Nel caso della seconda, l’emittente elenca le diverse puntate su internet, ricordando anche il nome degli ospiti. Mi sembra un bell’esempio di trasparenza e di chiarezza, che molte altre trasmissioni dovrebbero imitare. Per questo motivo, sono riuscito a fare una ricostruzione su ben sessantaquattro puntate, trasmesse dal primo luglio al diciassette ottobre 2008. Per ciascuna puntata ho trovato gli ospiti, rintracciandone l’origine, politica o meno. Quindi ho fatto una tabella, riassunta nel grafico che potete vedere qui sotto.
Come si vede, la presenza di ospiti non politici, come potrebbero essere giornalisti, esperti tecnici, personaggi della cultura o della scienza, rappresenta solo il ventotto per cento del numero degli ospiti. Pur riconoscendo che il direttore Mineo è davvero un intelligente ed equilibrato moderatore, e che probabilmente la politica sia l’argomento principe della trasmissione, il settantadue per cento di presenza di politici sembra veramente tanto. Se si parla di politica, forse ci si scorda che i soggetti non sono solo i rappresentanti dei partiti, ma anche i cittadini amministrati, le associazioni e le categorie per cui si fanno le leggi, gli esperti dei settori di cui si interessa la politica, gli storici, gli analisti. Dare spazio a questo tipo di persone renderebbe più profonda la riflessione sui contenuti della politica, portando la gente a ragionare sui fatti esposti.
Spesso però anche i telegiornali diventano, su questo fronte, una raccolta di diversi pareri, senza che vi sia una buona razione di fatti. A fronte di un evento politico, ci si aspetterebbe un’ampia ed imparziale rappresentazione degli avvenimenti, alla quale far seguire al massimo i pareri degli interessati. Mancando la prima parte, le cose che accadono ci vengono direttamente presentate dalle dichiarazioni dei politici. Il giudizio degli spettatori si basa quindi sull’adesione quasi sempre scontata alla versione fornita dai rappresentanti la propria fede politica. I giornalisti non si sbilanciano, e nel contempo guadagnano la gratitudine dei rappresentanti dei partiti. Oltre che nei notiziari, la presenza dei politici è alta soprattutto nelle trasmissioni di approfondimento. Ve ne sono alcune fortemente incentrate sulla politica, come Matrix, Porta a Porta, Ballarò, Annozero, Omnibus, L’Infedele, Otto e mezzo. Oltre a queste, altre trasmissioni di intrattenimento usano con successo le apparizioni in video dei politici per fare ascolti, come Striscia la Notizia o Le Iene.
Restando ai notiziari televisivi, si può cercare di calcolare la presenza della politica e dei politici. Per questo ci si può avvalere dei dati che la AGICOM (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), dovrebbe raccogliere per assolvere ai suoi compiti di controllo del pluralismo sociale, politico, ed economico, nel settore della radiotelevisione. Questi dati sono disponibili, inspiegabilmente, solo fino a settembre 2008. Da allora non c’è stata più nessuna relazione in merito. Ho quindi utilizzato il rapporto “Pluralismo politico in televisione 1–30 settembre 2008”, scaricabile dal sito dell’autorità, evidenziando i tempi di presenza della politica nei telegiornali delle fasce orarie 12-14 e 19-21. I telegiornali in questione sono quelli delle tre reti RAI, delle tre Mediaset e di La7. Le tabelle AGICOM distinguono il tempo di parola del soggetto politico od istituzionale, quello di notizia, e la somma dei due, detta tempo di antenna. Per soggetto politico, si intende chi parla in rappresentanza di partiti o formazioni politiche, mentre per soggetto istituzionale, un rappresentante delle istituzioni, sia pure chiaramente un politico. Un intervento del presidente Fini, ad esempio, è conteggiato nel tempo istituzionale, a meno che non parli a nome del suo partito. Usando le guide tv, ho poi ricavato la durata complessiva dei telegiornali in questione. Questo dato potrebbe essere leggermente sovrastimato.
Il risultato è esposto nella tabella seguente.

Emerge che i rappresentanti dei partiti e delle istituzioni parlano nei principali telegiornali per il 4,8% del tempo, ossia per quasi undici, su duecentoventitre, ore di trasmissione al mese. Complessivamente l’informazione politica che si aggiunge alle parole dei politici, impegna un ulteriore 6,6% del tempo. Oltre l’undici per cento del tempo, della nostra informazione delle fasce di maggior ascolto, è diviso quasi a metà tra l’informazione istituzionale e politica, e le dichiarazioni dei politici.
Invece dei telegiornali principali, si può calcolare la durata complessiva di tutti quanti quelli trasmessi nel mese di settembre 2008. Si ottiene una valore che oscilla tra le cinquecentoottantotto e le cinquecentonovantacinque ore. L’incertezza del dato è legata alla difficoltà di ricostruire tutti gli orari a partire dalle guide tv. Ammettendo di aver fatto un errore pari ad un’ora in più od in meno, per ciascuna giornata ed emittente, la presenza in parola, notizia, o tempo di antenna, dei politici è la seguente:
Parrebbe una percentuale molto piccola. Certamente questi dati sembrano in disaccordo con la percezione di una vera occupazione dei telegiornali da parte dei politici, che accomuna molti italiani. Può esserci più di una spiegazione per questo fenomeno. Ad esempio il fatto che la politica sia quasi sempre il pezzo di apertura dei TG, rende questo tipo di argomento maggiormente evidente. Inoltre il fatto che nelle parti finali di telegiornali si trattano spesso argomenti leggeri e di costume, può far si che molte persone non li seguano fino alla fine. In tal caso il telegiornale visto, sarebbe sensibilmente più corto di quello trasmesso, e la percezione del peso percentuale della parte politica, aumenterebbe. Infine, più per completezza che per convinzione, si può dire che le statistiche siano sbagliate e diano una misura ridotta della presenza dei politici in tv.
Certamente, legandomi idealmente alle considerazioni con cui ho aperto questo capitolo, la bassa qualità degli interventi dei nostri attuali politici, spesso intrisi di polemica e vuoti di contenuti, ce li fa percepire come più pesanti, anche in durata, di quanto non siano in realtà. Il telegiornale, per molti, è una vetrina dove fare uno spot personale, quando arriva il proprio turno. La pubblicità, si sa, stufa e sembra non finire mai. Ma se tornasse a parlare ancora, qualcuno come De Gasperi, il suo discorso ci sembrerebbe sempre troppo breve. Il tempo, come tutto, è relativo.
[1] Le teche RAI sono spezzoni di trasmissioni del passato, disponibili per la visione su internet.
domenica 4 gennaio 2009
Sicurezza stradale al microscopio
Il problema italiano è impressionate. Nel sito dell’ISTAT si possono trovare le statistiche dettagliate di questo terribile fenomeno. Ciccando sul link seguente si accede alla Relazione sugli incidenti stradali del 2006 dell’ISTAT.
Si scopre così che nel 2006 oltre la metà delle 1.341 morti sui luoghi di lavoro è avvenuta proprio sulle strade, rappresentando il 12,3% delle vittime complessive degli incidenti stradali che, nello stesso anno, sono state 5.669. Volendo raggiungere gli obiettivi posti dalla Comunità europea, bisogna attivare politiche di sicurezza che permettano di abbassare il numero delle vittime della strada ad un valore inferiore alle 3.341 persone. Questo però è praticamente impossibile, secondo l’andamento pur virtuoso della diminuzione dei decessi misurato negli ultimi anni.
La sicurezza stradale è un esempio perfetto di quanto, per affrontare efficacemente la gestione di argomenti complessi, sia importante partire da un’analisi accurata dei dati reali. Generalmente è poco piacevole dover studiare statistiche e dati, leggere materiale informativo ufficiale e cercare di trarre da tutto ciò una strategia risolutiva di un problema. È più facile pontificare sulla base di una nostra personale e ristretta visione dell’argomento. In questo caso potremmo sentirci tutti esperti per aver avuto anche una sola volta un incidente o per averne vissuto uno di un nostro caro, od ancora sull’onda dell’emozione suscitata da una notizia. Magari sappiamo sempre dire la nostra sull’argomento, solo perché ripetiamo quanto sentito da qualcuno che ci è apparso informato e degno di fiducia. Tutto decisamente più facile, veloce e comodo, del dover impiegare un poco del nostro tempo nel farci un’opinione informata sui fatti. L’analisi dei dati sui morti per incidente stradale ci permette però di sperimentare come spesso la visione della realtà contrasti decisamente con una percezione più superficiale del fenomeno. Chi vuole cominciare a pensare con la propria testa, può quindi leggere la seconda parte di questo pezzo e scoprire cose interessanti, pagando il piccolo prezzo di dover affrontare qualche tabella, un po di ragionamenti e molti dati. Forse vale la pena farlo, dato che molti dei nostri affetti e della nostra salute, viaggiano ogni giorno sulle strade. Se non vogliamo faticare almeno un pò, perlomeno non lamentiamoci delle politiche di sicurezza stradale affrettate e semplicistiche di cui prima o poi possiamo cadere vittime. Chi non volesse affaticarsi con la lettura di molti dati, passi direttamente alla parte finale del pezzo, dove può trovare alcune conclusioni.
I dati statistici e le ricerche
Capiamo subito perché non potremo raggiungere l’obiettivo europeo di dimezzare i morti sulle strade dal 2001 al 2010. Vediamo il numero dei morti per incidente stradale presi dai dati ISTAT dal 2001 ad oggi, ai quali sono state aggiunte le previsioni fino al 2010, nell’ipotesi che si confermi la diminuzione media fino a qui realizzata.
Con i ritmi attuali, è praticamente impossibile raggiungere nel 2010 l’obiettivo posto dalla Comunità europea. Per riuscirci bisognerebbe ridurre il numero dei morti, dal 2007 al 2010, di circa milleottocento unità, con una riduzione annua di oltre il 13%, mai realizzata prima. Bisognerebbe attendersi risultati straordinari che imporrebbero di triplicare l’efficacia degli interventi già posti in essere. Per riuscire nell’intento bisogna proporre ed attivare velocemente politiche di sicurezza stradale molto più valide. Serve guardare con grande attenzione le statistiche per scoprire le situazioni maggiormente rilevanti, che dovrebbero quindi essere affrontate per prime. Per questo prendo a spunto i dati ISTAT del 2006, avendo verificato come questi si ripetano sostanzialmente anche nel 2007.
Le prime quattro cause di incidente sono responsabili del 73% delle morti. Lavorare su queste, prima che sulle altre, permetterebbe di aumentare l’efficacia degli interventi necessari a ridurre le morti.
La categoria di strada più pericolosa è senza dubbio quella urbana dove si verificano il 44% delle morti. Un altro 46% perde la vita sulle statali, regionali, provinciali e comunali extraurbane, mentre solo il 10% in autostrada. Qui appare chiaro un altro aspetto del problema, quello della responsabilità del gestore stradale. Le autostrade sono date in concessione a privati che hanno grande interesse a porre la massima attenzione nella prevenzione delle morti. Per le strade urbane, regionali, provinciali ed extraurbane, invece, i responsabili sono protetti dalle fumose nebbie della pubblica amministrazione. Sarebbe bello pensare che i dirigenti pubblici, preposti alla manutenzione delle strade, debbano subire un automatismo che leghi i premi sui risultati, al numero degli incidenti. Per questi gestori, il concetto di Responsabilità, è sicuramente utile a far valere gli onori, mentre potrebbe esserci meno attenzione sul fronte degli oneri.
La tipologia di strada più letale è quella della carreggiata a doppio senso, in cui si verificano il 76% dei decessi.
Coerente anche il dato sulle caratteristiche del tratto di strada che, in questa macabra classifica, vede in testa i rettilinei con il 50% dei casi.
L’analisi delle condizioni climatiche sembra invece rilevare una scarsa importanza, dato che ben il 77% dei morti è rimasto coinvolto in un incidente letale, con il sereno.
Avuto occhio per il dove, gettiamo uno sguardo adesso sul quando. È utile guardare alla distribuzione temporale delle morti, per verificare se su questo fronte si possano trarre utili indicazioni per politiche di sicurezza stradale. L’andamento in funzione dei mesi, mostra ben otto mesi sopra la media mensile di 472 morti. Il periodo da gennaio a marzo si presenta come quello meno letale. Senza perdersi in particolari elucubrazioni, sembra chiaro che il dato è facilmente spiegabile con il minor numero di autovetture in circolazione, posto che il traffico commerciale non ha motivo di subire flessioni rilevanti in un particolare periodo dell’anno. Meno macchine in giro, uguale meno morti, sembra essere un’equazione facilmente leggibile dal dato mensile. L’osservazione non è del tutto banale se la si legge in relazione alla necessità di potenziare le politiche di trasporto pubblico alternative alle autovetture. Meno macchine in circolazione non si hanno solo a causa della stagione fredda, ma possono ottenersi anche avendo più treni, metropolitane e tram a disposizione.
Passando dai mesi, ai giorni della settimana, possiamo vedere come si distribuiscano su di essi i decessi al volante. Si vede chiaramente che tra il venerdì ed il fine settimana si concentrano il maggior numero di eventi letali. Forse quando si parla di guidatori della domenica si svela una macabra verità.
Ugualmente utile è la distribuzione del numero dei morti in base all’ora[1] del giorno. La media oraria di queste morti è di 236, sommando in un solo giorno tutti quelli dell’anno. Le ore pomeridiane si mostrano subito come le più fatali. Una speciale attenzione dalle sedici alle diciannove, classico orario di rientro dal lavoro per milioni di italiani, potrebbe portare il numero delle morti più vicino al livello medio. Basti pensare che nella diciottesima ora del giorno muoiono sulle strade 386 persone, ben il 63% in più rispetto alla media.
Per finire con le informazioni di natura locale o geografica si vede anche come i morti per incidenti non si distribuiscano in maniera uniforme sul territorio. Guardando il numero di morti sulle strade per centomila abitanti, su base regionale, si scopre che il terzetto più virtuoso è rappresentato dalla Valle D’Aosta, dalla Campania e dalla Liguria. Il podio dei meno lodevoli in questo campo è invece formato dall’Emilia Romagna, dall’Abruzzo e dal Friuli Venezia Giulia che triplicano i dati delle regioni dall’altro lato della classifica.
Fin qui si è potuto vedere il dove ed il quando avvengono le morti per strada. Rimane da capire invece le cause che le provocano. Per questo ci aiuta la Relazione ISTAT per il 2006 che ci presenta una chiara distribuzione percentuale dei motivi alla base degli incidenti.
Salta all’occhio la bassa rilevanza del problema, invece largamente evidenziato dai media, dell’alcolismo al volante. L’alterazione dello stato psico-fisico del conducente comprende anche cause come i malori, i colpi di sonno, il rimanere abbagliati. L’alterazione per alcool o droghe pesa in assoluto solo il 1,56% sul totale delle cause, ossia il 78% del 2% sopra evidenziato. Guardando dentro il comportamento scorretto alla guida, troviamo che questo 94,66% è composto da un 17,74% di mancato rispetto dello stop, semaforo o precedenza, da un 15% di guida distratta, un 12,74% di velocità troppo elevata, ed un 10% di violazione della distanza di sicurezza, oltre che da tutta una serie minore di manovre irregolari.
Il dato sorprendentemente basso dell’uso di alcool e droga al volante, è in contraddizione con quanto viene evidenziato sulle pagine web della Polizia stradale che dice «Il 30% degli incidenti stradali è attribuibile all’alcol». È possibile che sia più vicina al vero la Polizia stradale, rispetto all’ISTAT. Infatti la maggior parte degli incidenti capita in aree urbane, dove intervengono prevalentemente le polizie municipali spesso sprovviste di misuratori del tasso alcolemico. Nelle strade extraurbane di grande comunicazione, interviene invece quasi sempre la Polizia che dispone più facilmente di tali dispositivi. La Polizia di Stato nel rapporto presentato a fine del 2006, denominato “Attività della Polizia Stradale” dichiara ben 24.803 infrazioni per guida sotto l’influenza dell’alcool, su 91.408 incidenti rilevati, esattamente il 27% dei casi. A questi si aggiungono 1.904 infrazioni per uso di sostanze stupefacenti, per un altro 2%. Se un domani vedremo le polizie locali dotarsi di appositi strumenti di misurazione dell’alcool nel sangue, probabilmente parte degli incidenti per comportamento scorretto, saranno classificati più correttamente tra quelli per alterazione dello stato psico-fisico. Qual è la probabilità reale di subire un controllo del tasso alcolemico? Per rispondere a questa domanda, è utile leggere il rapporto “Tasso alcolemico e uso di sostanze durante la guida: le probabilità di essere controllati”, scritto da Franco Taggi per l’Istituto Superiore di Sanità di Roma, nel gennaio 2006. Si fa riferimento all’attività di controllo fatta nel 2004 dalla polizia e dai carabinieri. I numeri del periodo in osservazione sono sostanzialmente simili in quantità e nelle loro proporzioni a quelli visti nel 2006. Nel rapporto si parla di circa 184.000 controlli del tasso alcolemico e di 92.000 della presenza di sostanze stupefacenti, fatti dalla Forze dell’ordine. Parliamo di un numero di controlli spaventosamente inferiore ai dieci milioni di controlli fatti in Francia nel 2005. Da noi nel 2007 si parlava di realizzare prima della fine dell’anno ben un milione di controlli, ma è davvero difficile capire se ci si sia riusciti. Se vogliamo prendere per valide le statistiche della Francia, che vanta una tradizione di attaccamento al vino molto simile alla nostra e che spesso è presa ad esempio per la severità dei controlli troviamo, sul sito di France 5 dedicato al Code Route (Codice della Strada), questi dati:
Se vogliamo quindi estendere il confronto con altri paesi europei, al tema più generale dei morti sulle strade, possiamo vedere che, almeno nel 2006, siamo più bravi del Belgio, della Repubblica Ceca, della Slovacchia e della Romania, ma meno della Spagna, del Portogallo o dell’Austria. La tabella sotto riportata mostra il numero di morti per incidente stradale per milione di abitanti. È da notare come Francia, Germania ma soprattutto Inghilterra siano stabilmente molto più virtuose di noi.
I dati che vengono esposti sul versante delle vittime mostrano chiaramente che a morire sono prevalentemente i conducenti, seguiti dal trasportati ed in ultimo dai pedoni.
In relazione al genere troviamo una distribuzione che evidenzia come il 77% dei deceduti siano maschi. La prevalenza in relazione all’età induce a parlare purtroppo di strage dei giovani. Infatti i ventenni ed i trentenni sono decisamente al primo posto.
Alcune conclusioni
Quest’indigestione di dati è stata necessaria per avere conferma della bontà di alcune semplici conclusioni. La prima e più inquietante è che sulle strade muoiono soprattutto i giovani. La seconda, preoccupante, è che l’Italia non è sulla strada di raggiungere l’obiettivo europeo di dimezzare le morti per incidente dal 2001 al 2010.
La lettura dei dati mostra che le strade più pericolose sono quelle urbane, extraurbane comunali, provinciali, regionali e statali (90%)[2], a due corsie su una sola carreggiata (76%)[2]. I mezzi di gran lunga più letali sono le comuni autovetture e le motociclette (82%)[2]. Si muore maggiormente con il bel tempo, nei mesi centrali dell’anno ed il fine settimana, in pratica quando il traffico aumenta. Le ore più pericolose sono quelle del secondo pomeriggio, ossia quando si è maggiormente stanchi e chi lavora rientra a casa. Ben il 30% degli incidenti è dovuto all’alcool, in una situazione in cui i controlli sono ridicolamente inferiori a quelli dei nostri vicini europei.
Le rilevazioni su cui si costruiscono le statistiche ufficiali fanno emergere, come causa quasi assoluta, il comportamento di guida scorretto del guidatore (95%)[2]. In tante sere passate a studiare dati sugli incidenti, non ho trovato approfondimenti sullo stato di gestione delle strade da parte dei responsabili. È del tutto chiaro ai miei occhi che si debba definire una sorta di indice di pericolosità di ciascuna strada, soprattutto sulla base delle rilevazioni degli incidenti. Questo deve essere alla base di piani di azione che obblighino i responsabili delle strade ad intervenire con misure strutturali o preventive di controllo.
Dovrebbero essere fatti interventi strutturali per rendere percorribili a senso unico molte vie urbane, e per separare fisicamente le corsie delle strade ad una sola carreggiata. Curve, incroci ed intersezioni dovrebbero essere meglio segnalate e soprattutto presidiate in modo da controllare che chi vi si approssimi, lo faccia a velocità ridotta e con la massima attenzione. I turni ordinari di lavoro della polizia stradale e di quelle locali devono tenere conto delle ore di massima incidentalità, prevedendo un rafforzamento delle pattuglie nel tardo pomeriggio. I limiti di velocità devono essere studiati ed approvati in relazione alla loro effettiva influenza sulla sicurezza del tratto di strada interessato, magari anche aumentandoli, dove attualmente sono troppo bassi. Non deve essere permesso ai comuni, variare arbitrariamente i limiti, al solo scopo di tendere astute trappole per far soldi con gli autovelox. Deve essere invece garantita la percorribilità di lunghi tratti a velocità uniforme, con limiti definiti in relazione all’incidentalità ed alla pericolosità della strada. Nelle strade extraurbane prossime ai centri abitati, spesso si passa dai 90 Km/ora ai 50, quando non ai 40. Questo deve essere evitato anche impedendo di costruire a ridosso delle principali vie di comunicazione, ed evitando o modificando gli accessi che non prevedano adeguati spazi di manovra o vere corsie di inserimento ed uscita. L’urbanistica stradale deve prevedere la costruzione di vie laterali, collegate da svincoli, che isolino il traffico locale da quello a lungo scorrimento. Si deve altresì semplificare e ridurre l’insieme attualmente molto vasto degli enti responsabili delle strade. Oggi aver ripartito queste competenze tra Stato, ANAS, Regioni, Provincie, Comuni, Società concessionarie, ha creato una notevole dispersione degli interventi e deresponsabilizzato i soggetti.
I controlli del tasso alcolemico dovrebbero aumentare moltissimo, ed allinearsi ai valori della Francia. Le polizie locali devono essere dotate di alcolimetri per collaborare all’aumento della sicurezza su questo fronte, in maniera chiara e misurabile da tutti, partecipando ai proventi delle contravvenzioni. I positivi al controllo dell’alcool, recidivi, dovrebbero essere obbligati a sottoporsi ad un ciclo di disintossicazione, prima di riottenere la loro patente. In alternativa al ritiro della patente, per chi dimostri di non avere mezzi pubblici per andare al lavoro, si potrebbe stabilire l’obbligo di recarsi giornalmente al più vicino posto delle forze dell’ordine, per sottoporsi a sue spese alla misurazione del tasso alcolemico.
L’educazione stradale deve diventare materia di esame obbligatoria nelle scuole medie e superiori. La televisione di stato dovrebbe garantire una copertura di informazione oggettiva e di formazione continua, nelle ore di massimo ascolto, sulle tematiche della sicurezza stradale.
Nessuna di queste idee sembra sia mai uscita dalla bocca di un qualsiasi ministro o sottosegretario ai trasporti. Generalmente la sicurezza stradale è un tema gettonato principalmente per farsi un po’ di pubblicità, rilasciando qualche dichiarazione subito prima dei periodi delle ferie, quando milioni di automobilisti si mettono in moto. Si parla di limiti alcolemici e di velocità, ma solo per abbassarli. Si pensa che basti fare una legge, od inasprirne un’altra, per risolvere il problema. Se poi i cittadini non rispettano le sagge norme, allora la colpa non può essere dei nostri politici, tanto previdenti.
Io invece penso che la politica abbia fino ad oggi quasi sempre trattato con grande superficialità la questione, fatta eccezione per l’introduzione dell’obbligo delle cinture di sicurezza e la patente a punti, come pure per i nuovi limiti per l’alcool. Forse non è male anche l’idea della nuova scatola nera sulle autovetture. Quello che manca è però l’effettivo impegno sul fronte dei controlli e della prevenzione. Inoltre sono sempre assenti le necessarie politiche volte ad imporre interventi strutturali, di rifacimento dei tratti di strada più pericolosi.
Per fortuna su questo fronte, come su altri, ci viene come al solito incontro l’Europa, con le sue preziose direttive. L’ultima in tema di sicurezza stradale è la numero 96 del 2008 dal titolo “Direttiva 2008/96/Ce del Parlamento Europeo e del Consiglio del 19 novembre 2008 sulla gestione della sicurezza delle infrastrutture stradali”. Qui finalmente si parla delle cose giuste proprio nell’ambito delle responsabilità del gestore delle strade. La data ultima per l’attuazione in Italia è il diciannove dicembre 2010. Valutazione di sicurezza per le strade, controlli, classificazione di della rete viaria, ispezione, pubblicità, formazione dei controllori, scambio della migliore prassi, sono elementi che fanno di questa direttiva il fulcro di un’effettiva svolta su questo fronte.
Guidate con prudenza.
[1] Nella distribuzione oraria delle morti per incidenti stradali si sono ripartite le 41 morti avvenute in ora imprecisata, sulle restanti ore del giorno, in modo proporzionale al valore preesistente.
[2] Percentuale delle morti per incidente stradale, dovuta alle cause evidenziate nel testo.
mercoledì 10 dicembre 2008
Il 10 dicembre 1948, fu firmata a Parigi la Dichiarazione Universale dei diritti dell'Uomo. La sua redazione era stata promossa dalle Nazioni Unite, instituite solo tre anni prima, perché avesse applicazione in tutti gli stati membri. Sull'onda delle atrocità manifeste della seconda guerra mondiale, il mondo civile si mobilitava ristabilendo le basi da cui ripartire.Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;
Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità, e che l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo;
Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione;
Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni;
Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona
umana, nell'uguaglianza dei diritti dell'uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà;
Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l'osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali;
Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;
proclama
la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l'insegnamento e l'educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.
Articolo 1
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.
Articolo 2
Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del
paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.
Articolo 3
Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.
Articolo 4
Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.
Articolo 5
Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.
Articolo 6
Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.
Articolo 7
Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.
Articolo 8
Ogni individuo ha diritto ad un'effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.
Articolo 9
Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.
Articolo 10
Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta.
Articolo 11
1. Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa.
2. Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetuato, non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale. Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.
Articolo 12
Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.
Articolo 13
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.
2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.
Articolo 14
1. Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.
2. Questo diritto non potrà essere invocato qualora l'individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.
Articolo 15
1. Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza.
2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza.
Articolo 16
1. Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all'atto del suo scioglimento.
2. Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi.
3. La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.
Articolo 17
1. Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri.
2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà.
Articolo 18
Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti.
Articolo 19
Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
Articolo 20
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica.
2. Nessuno può essere costretto a far parte di un'associazione.
Articolo 21
1. Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.
2. Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese.
3. La volontà popolare è il fondamento dell'autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate
a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.
Articolo 22
Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l'organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.
Articolo 23
1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.
2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.
3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.
4. Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.
Articolo 24
Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.
Articolo 25
1. Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.
2. La maternità e l'infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.
Articolo 26
1. Ogni individuo ha diritto all'istruzione. L'istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L'istruzione elementare deve essere obbligatoria. L'istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l'istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.
2. L'istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l'amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l'opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.
3. I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.
Articolo 27
1. Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.
2. Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.
Articolo 28
Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.
Articolo 29
1. Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.
2. Nell'esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell'ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.
3. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite.
Articolo 30
Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un'attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e delle libertà in essa enunciati.
A questo proposito non posso evitare di riportare le parole odierne di Irene Khan, Segretaria generale di Amnesty International: "Il pregio della Dichiarazione è costituito dall'universalità e dall'indivisibilità. I diritti umani sono universali: ogni persona nasce libera ed eguale in dignità e diritti. I diritti umani sono indivisibili: tutti i diritti, economici, sociali, civili, politici e culturali, sono parimenti importanti, senza alcuna gerarchia" - ha proseguito Irene Khan. "Nonostante i progressi degli ultimi decenni in molte aree, l'ingiustizia, la disuguaglianza e l'impunità persistono in troppe zone del mondo. Il vero problema è che i governi fanno promesse e adottano leggi ma mancano di darvi seguito.".
Ecco perché penso ancora oggi che non sia possibile sottrarsi dall'impegno civile.
domenica 7 dicembre 2008
La commissione di vigilanza sulla RAI
Il tredici novembre 2008, la Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, nota come Commissione di Vigilanza sulla RAI, ha eletto il suo presidente.Roberto Villari si sarà chiesto come mai avrebbe dovuto essere l’unico a dover pagare di tasca propria, per una questione di coerenza a principi di prassi politica, in un partito che colleziona contraddizioni ben maggiori. Il docente universitario di malattie infettive, medico, deputato nelle ultime due legislature ed oggi senatore, appartenente a ben due commissioni parlamentari, ha scelto di non dimettersi anche quando si è trovata l’intesa per il nome di Sergio Zavoli. È stato invitato alle dimissioni nientedimeno che dai presidenti della Camera e del Senato, oltre che dallo stesso Berlusconi. Villari ha detto, a proposito dell’incarico di presidenza, che «mi è stato affidato con il voto di parlamentari che hanno svolto legittimamente la loro funzione. E so che il valore delle Istituzioni precede il peso delle segreterie». Fin qui la storia delle due polemiche. Ora però, parliamo di cose serie ed analizziamo i fatti da un punto di vista più logico.
È importante capire bene cosa sia esattamente questa commissione ed a che cosa serva. Per questo riassumo quanto compare nella pagina web introduttiva dell’organo istituzionale.
Alla Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, spettano funzioni d’indirizzo rispetto alla società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo. L’organismo, di natura definito come Commissione parlamentare bicamerale, deve anche vigilare sull'attuazione di tale indirizzo. La Commissione esercita competenze in materia d’accesso al mezzo radiotelevisivo, da parte d’organismi collettivi portatori d’interessi socialmente rilevanti, attraverso un'apposita Sottocommissione. Le competenze della Commissione prevedono anche funzioni in materia di comunicazione politica e di parità d’accesso ai mezzi d’informazione, sia durante le campagne elettorali e referendarie, sia nei periodi non coincidenti con queste. La nomina del presidente della RAI-Radiotelevisione italiana S.p.a diviene efficace solo dopo il parere della Commissione, espresso a maggioranza dei due terzi. La Commissione elegge sette membri del consiglio d'amministrazione della suddetta azienda. La Commissione è composta di quaranta membri designati pariteticamente dai Presidenti delle due Camere del Parlamento, tra i rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari, sulla base delle designazioni effettuate dagli stessi ed in maniera proporzionale. Essa procede alla propria costituzione, eleggendo tra i suoi elementi il proprio presidente, due vicepresidenti e due segretari. È rinnovata totalmente all'inizio d’ogni legislatura. Oltre alle citate competenze in materia di comunicazione politica e di parità d’accesso ai mezzi d’informazione (che comportano la gestione diretta delle trasmissioni della RAI denominate Tribune), la Commissione esprime un parere sul Contratto di servizio triennale stipulato tra il Ministero delle comunicazioni e la RAI, un parere sulle modifiche dello statuto della RAI, ed è dotata d’alcune competenze di minor rilievo concernenti la concessionaria del servizio radiotelevisivo pubblico. Redige inoltre una Relazione annuale alle Camere, concernente la propria attività. Più in generale, la Commissione può rivolgere alla RAI atti d’indirizzo di carattere generale sui criteri ed i contenuti della programmazione radiotelevisiva, che tengano conto dell'autonomia dei giornalisti e responsabili dell'azienda nell'esercizio del diritto di cronaca e della libertà di manifestazione del pensiero. La rappresentanza, all'interno della Commissione, di tutti i gruppi parlamentari concorre ad assicurare il rispetto del principio del pluralismo nella programmazione. La vigilanza è quindi esercitata anche in relazione a casi specifici, ma tenendo conto dell'esigenza di valutare l'insieme della programmazione.
Lo Stato, azionista della RAI, attraverso la Commissione detta quindi gli indirizzi generali della programmazione televisiva e radiofonica, vigilando sul loro rispetto. La libertà di cronaca e di espressione sarebbero garantite dal carattere generale degli indirizzi stessi e dalla composizione dell’organo, rispecchiante gli equilibri parlamentari, in maniera proporzionale. Solo che per fare questo si mette all’opera ben quaranta parlamentari e si stanziano nel 2008 settantamila euro: quindicimila per missioni, quindicimila per rappresentanza, venticinquemila per consulenze, e quindicimila per altro. Ad onor del vero, nel 2007, pur avendo una previsione di spesa pari a circa centrotrentacinquemila euro, la commissione sembra aver sostenuto costi per circa sedicimila euro. Sotto la giovane direzione di Villari, la commissione ha eletto i vicepresidenti ed i segretari, emanato una delibera di regolazione dell’informazione sulle elezioni regionali in Abruzzo e fatto una prima audizione dei vertici della RAI. Molti hanno detto in questi giorni che la commissione sarebbe, di fatto, un organismo inutile che dovrebbe essere soppresso. Tuttavia le motivazioni alla base della sua istituzione sono certamente valide, ed essa potrebbe veramente svolgere un controllo di natura parlamentare. Questa cosa, proprio con Villari, sembra almeno garantita. Il neopresidente a questo punto ha veramente la possibilità di svolgere con grand’autonomia, il ruolo di garanzia che impersona.
Roberto Villari su cui si sono riversate le ire dei Democratici e gli inascoltati appelli della destra, è uomo che partecipa alla vita parlamentare, o tira a campare come molti dei suoi colleghi? Per capire questo, guardiamo alla scheda personale del senatore in questa XVI legislatura. Sette mozioni di cui una come primo firmatario, undici interrogazioni sempre come tale, sei come cofirmatario, un’interpellanza, oltre alla firma su due richieste d’istituzione di nuove commissioni. C’è quanto basta a definirlo come un parlamentare tra i più attivi. Molto più attivo in parlamento almeno di Massimo D’Alema, di Piero Fassino, di Leoluca Orlando, di Sergio Zavoli, di Paolo Gentiloni, d’Enrico Letta, di Dario Franceschini, stando alle mozioni ed interpellanze fatte ed ai disegni di legge presentati come primo firmatario. Entrando nel merito, Villari ha affrontato in parlamento questioni riguardanti la costituzione di una borsa del gas, la sperimentazione d’energie pulite in Formula Uno, la liberalizzazione del mercato del gas, la pulizia dei treni italiani, la tutela dei piccoli azionisti e l’italianità d’Alitalia. Ha presentato come primo firmatario disegni di legge sulle isole minori, sulle reti di trasporto del gas, per l’istituzione di un osservatorio dei porti turistici e della nautica, sulla partecipazione pubblica e la governance dell’innovazione. È vero che la vita parlamentare, soprattutto in queste ultime due legislature, in cui la Repubblica «assomiglia straordinariamente», per dirla con le parole di Paolo Guzzanti, «alla corte d’Enrico VIII», l’ordine della firma sugli atti ed il numero degli stessi, potrebbe essere il riflesso delle decisioni dei gruppi e quindi delle segreterie politiche. Tuttavia, anche parlamentari scelti ed investiti direttamente dai partiti, possono evidentemente esprimere una loro forte autonomia e vitalità. Se così fosse, e Villari non si fosse mosso solamente per la difesa di una poltrona inaspettatamente capitatagli sotto alle terga, potremo capirlo da cosa egli saprà fare in quel posto. Siamo sicuri che la presenza dei politici in RAI non vada oltre alle quote corrette? Siamo certi che siano equamente rappresentati tutti gli organismi collettivi portatori d’interessi socialmente rilevanti? Infine, nella dovuta Relazione annuale alle Camere, concernente la propria attività, la commissione è sempre stata chiara sulla propria utilità e sui fini raggiunti?
A differenza di tanti concittadini e commentatori, che intervenendo a trasmissioni radiofoniche, mostravano indignazione per questo comportamento, io non riesco a scandalizzarmi, posto che ritengo la questione sicuramente poco rilevante, rispetto ai problemi per i quali ci si dovrebbe veramente scaldare. Voglio proprio vedere, con sincera e del tutto naturale curiosità, cosa vorrà e potrà fare questo senatore, sfuggito al controllo delle oligarchie politiche. Saprà farci vedere qualche cosa di nuovo? Se avrà la pazienza di leggere questo mio post, che gli invierò all’email del senato, spero vorrà accogliere positivamente l’invito a rispondere a questi interrogativi. Senatore Villari, se lo desidera e lo ritiene utile, le metto a disposizione uno dei prossimi post, per annunciarci che linea vuole dare alla sua presidenza della commissione. Da cittadino, nutro sempre la speranza di vedere una sincera partecipazione all’interno delle istituzioni. Sarei ben lieto, una volta verificatola anche nelle sue intenzioni, di pubblicare aggiornamenti periodici su quanto i lavori dell’organismo da lei presieduto, potranno far emergere a favore della nostra democrazia.
domenica 16 novembre 2008
L’importanza di CHIAMARSI Democratico
“L’importanza di ESSERE Democratico”, si dovrebbe dire, giocando sul titolo della famosa commedia di Oscar Wilde: “The importanze to be Ernest”. Il titolo inglese, infatti, fa leva sul termine “earnest”, che significa affidabile ed onesto, e si pronuncia esattamente come il nome del protagonista. La traduzione del doppio senso, nel titolo italiano, è impossibile. Ci si accontenta di alternare la versione “L’importanza di chiamarsi Ernesto”, a “L’importanza di essere Onesto”, per restituire il senso dell’originario gioco di parole. La splendida vittoria di Barack Obama, alle Presidenziali degli Stati Uniti d’America, è piena di significati, tutti splendidamente riassunti nel suo discorso di Chicago. Il futuro Presidente della nazione più ricca e potente del mondo, è al tempo stesso un uomo di colore, figlio di un africano musulmano del Kenya, ed ha cominciato ad interessarsi di politica da meno di dieci anni. Prima di questo, il giovane Obama ha lavorato come assistente sociale, ha conseguito una laurea in Legge a Harvard nel 1991, a 30 anni, ed ha lavorato come avvocato per i diritti civili, ed insegnante di diritto costituzionale. La sua breve carriera politica, lo ha visto mettersi in gioco, per ben due legislature, come senatore dell’Illinois, vincendo sempre la sfida del voto, con la forza delle proprie idee, sorretto dalla sua gran preparazione e competenza. Barac Obama si chiama Democratico e Barack Obama è Democratico. La forza delle sue idee, ed il coraggio di conquistare, competitivamente, il consenso per i suoi programmi, senza partire sempre e comunque dal comodo sostegno di un partito alle spalle, lo qualificano veramente come tale. Barack Obama ha piuttosto davanti a sé, un futuro in cui sarà lui stesso ad occuparsi del suo partito e della sua Nazione. Il gioco della vera democrazia, evidentemente molto ben praticato in America, lo ha fatto emergere, attraverso una sorta di selezione naturale, applicata alle idee, ai programmi ed alla politica. La prima, splendida vittoria, contro la potente Hillary Clinton, ha dato a tutti la misura di quanto, in un sistema aperto, le idee migliori possano contagiare le masse e restituire vitalità al termine Democrazia, così ben spiegato già da Aristotele.Il pensiero e la memoria, corrono alle meno famose primarie che hanno incoronato Walter Veltroni. A noi Italiani, potrebbe venir naturale fare un confronto con il leader americano, dell’omonimo partito. Il paragone è tanto naturale, quanto del tutto semantico o, per meglio dire, puramente letterale. Il Partito Democratico di casa nostra, è effettivamente tale o semplicemente, si chiama, nello stesso modo di quello del futuro Presidente degli Stati Uniti d’America ? In Italia non si è visto un metodo che permettesse di formare, in modo democratico, le gerarchie di questo partito. Ci si ricorda invece di comitati di saggi, ristrutturazioni di vecchie gerarchie, candidature non accettate, l’assenza di un vero processo di costruzione dal basso. In quei giorni, pensai, forse con qualche presunzione di troppo, ma senza fare nulla di male: “perché io no ?”. Perché, pur attirati dal nome di questo nuovo partito, molti italiani della classe media, come il Barack americano, non hanno avuto una minima possibilità, di mettere in campo la forza delle loro idee, e della loro competenza ? La risposta è chiara: per lasciare lo spazio a Walter Veltroni, Rosy Bindi ed Enrico Letta mischiati ad uno sparuto gruppo di outsider, facilmente sconfitti. La Casta, come abilmente i giornalisti Rizzo e Stella, hanno definito i nostro oligarchi del Palazzo, non ha nessuna voglia di mettere veramente a rischio i propri privilegi, giocando ad essere veramente Democratici. Molto meglio dirsi tali, e tirare avanti. Dall’altro lato dello schieramento politico, di democratico, neppure il nome. Si direbbe che in Italia avremmo bisogno tutti, sul serio, almeno di un partito democratico. Tuttavia, questo bel privilegio, non c’è concesso, come a dire: “Non si può fare !”.
Termino qui il commento, ed inizio a parlare di proposte. “L’uomo è per natura un animale politico”, diceva Aristotele, all’inizio di una lunga sequela di saggisti e storici che, attraverso Cicerone, Machiavelli, Hobbes, Montesquieu e Marx, giunge oggi, a Giovanni Sartori. Decisamente siamo tutti d’accordo, almeno sulla prima parte. Allo stesso modo, sembra facile intendersi tra persone diverse, sul significato generale del termine “politica”. Potremmo dire, ripercorrendo le definizioni che hanno attraversato la storia, che essa è qualche cosa di non troppo diverso da:
1. l’arte di governare la società;
2. l’amministrazione della cosa pubblica per il bene collettivo;
3. la sede delle decisioni legittime all’interno di una società;
4. l’espressione di un contratto sociale che innalza lo Stato sopra di tutti, a garanzia di ciascuno;
5. la sfera delle decisioni collettive sovrane;
6. altro ancora.
Chi è il politico? Scartando la risposta: “è colui che esercita la politica”, troppo banale, cerchiamo di capire chi, generalmente, si può definire tale. In Italia, ma forse ancora più in generale, nel vecchio mondo, i politici, sono spesso persone che si occupano, in modo continuo ed esclusivo, di politica. Qui da noi sembra proprio che l’esempio di Lucius Quinctius Cincinnatus (500 a.C. circa), conosciuto come Cincinnato, continui ad essere poco seguito. Al contrario, capita quasi sempre che molte persone trovino un comodo e, tutto sommato, agevole modo di cavarsela, specializzandosi nel mestiere di politico. La carriera è riassunta dal percorso quasi naturale che fanno molti assessori comunali che, passando per le Province, si assestano comodamente negli scranni delle regioni, per poi, nei casi più fortunati, insediarsi bene nelle due capienti camere del parlamento italiano. La scalata del potere, quindi, avviene quasi sempre per gradi, e si fa molto più agevolmente, se legati in cordata. Chi è sopra, tira, e chi è sotto, spinge. La ripida parete della politica, in quest’immagine presa a prestito dall’alpinismo, è piena di comode sporgenze, dove riprendere fiato, ed attendere agiatamente il proprio turno di salita. Qualche esempio di questi balconi naturali? Un posto di consigliere, o la direzione di una delle molte Aziende pubbliche, i vertici di una banca, un prestigioso incarico in una delle tante Authority, o la partecipazione ad un’importante commissione. La fantasia non ha limiti, in questo gioco solidale di reciproco sostegno, che i professionisti della politica mettono in campo, continuamente. La cosa si è così sviluppata, che alla fine, quella del politico, è diventata una vera professione. A differenza delle altre, però, sembra avere nella sua conservazione, l’unico vero scopo, ed il solo indice di successo.
Propongo, a chi lo voglia fare, un piccolo, innocente, esperimento. Chiedete prima a voi stessi, e poi a qualche amico, il nome dei politici attuali più in gamba, della sinistra e della destra. Senza parlare di Berlusconi, una statistica casereccia, fatta tra conoscenti, mi ha invariabilmente proposto i nomi di D’Alema, Veltroni, Fini, La Russa e Casini. A questo punto ho chiesto cosa fosse cambiato in meglio nella vita degli Italiani, ed in quella degli interpellati, grazie al lavoro di queste persone. Ho chiesto anche a quali importanti risultati pubblici, quei signori dovessero la loro popolarità. Qui le risposte praticamente si fermano. Tutti ragionano e cercano di capire se la burocrazia sia diminuita, la legalità aumentata, l’efficienza della cosa pubblica incrementata, l’istruzione migliorata o gli sprechi calati, a causa dell'azione diretta di questi signori. In realtà i campioni della destra e della sinistra nostrana, sono primi, principalmente, per la loro predominante presenza nell’agone politico, potenti paladini di ideali lontani, dissimulati artefici dei loro stessi interessi. Indice del loro successo è la successione delle cariche ricoperte, non l’elenco delle cose utili e lodevoli per le quali la società tutta, deve rendergli grazie. L'esperimento dimostra che, in Italia, il politico non è considerato bravo, se fa cose buone per la collettività, ma se resta al suo posto a lungo, resistendo impavido negli anni.Prova ne è la faziosità seminata ad arte. I Signori della politica nostrana, sprovvisti di contenuti socialmente utili, debbono ideologizzare il confronto politico, ridurlo ad una continua contrapposizione ideologica, per nascondere la totale assenza di proposte concrete. Ogni posizione della parte avversa, è presa a pretesto per manifestazioni di piazza, si parla di "quelli di sinistra" come di "quelli di destra", si tirano fuori del cilindro improbabili e forse inutili "commissioni", per discutere di argomenti che, un serio tavolo di tecnici, risolverebbe in poche settimane. Di questi giorni, la furba trovata della bicamerale sul federalismo fiscale, con cui due di questi Oligoi, pensano forse di affossare il federalismo voluto dalla Lega nord. E' quasi comico pensare che politici così carenti di idee e di proposte concrete, possano veramente proporre qualche cosa di utile per gli Italiani. Il campo del loro agire è unicamente l'ideologia politica mentre, invece, se parliamo di federalismo, bisognerebbe dare voce ad amministratori capaci. La politica non serve ad alimentare estenuanti battaglie ideologiche, ma a cambiare in meglio, ogni giorno, le cose che riguardano la vita di tutti, ad operare le scelte per il futuro.Ecco che emerge con forza il bisogno di regole nuove, che permettano un continuo rimescolamento del mondo della politica, con la società civile. Bisogna portare al governo amministratori capaci, e non solo chi, privilegiato, si dimostri capace solamente di lodevoli guizzi ideologici. Purtroppo però, l'ascensore sociale, o meglio quello politico, non funziona bene da noi, come negli Stati Uniti.
Non voglio però che tutto questo sia letto semplicemente come l'accusa ai politici, di tenersi separati e sempre un poco sopra la società civile. L'accusa deve essere principalmente rivolta contro l'arrendevolezza degli Italiani. Siamo noi cittadini a restare in disparte, come spettatori. Continuiamo stupidamente ad indignarci per le parole di un Presidente o protestiamo a priori contro qualsiasi proposta venga dalla parte avversa, insomma, non facciamo niente più che un patetico tifo da stadio. Pavidi, ci sentiamo rassicurati dal senso d’appartenenza ad una fazione, dandoci pacche sulle spalle, mentre compatiamo quei poveri stupidi della parte avversa. Non a caso, questo popolo che pratica così poco lo sport, è anche un popolo d’appassionati tifosi: allo stesso modo, siamo faziosi, almeno quanto lenti all'impegno politico. Scendere in piazza, senza neppure sapere per che cosa si faccia, o sapendolo per grandi linee, ebbri prima di tutto della nostra idiota appartenenza ad un gregge, la dice lunga sulla nostra naturale pigrizia civile.
E' ora, invece, di rimboccarsi le maniche e ragionare su quale futuro vogliamo per i nostri figli. Cominciamo, ad esempio, ad introdurre la vera democrazia nei nostri partiti. Pretendiamo che internamente ad essi si creino dei forti e veri rimescolamenti che portino finalmente, la migliore società civile, a confrontarsi ad armi pari con l'oligarchia dei politici di mestiere. La classe media è fatta di persone serie nei fatti, non nei proclami, che vivono i valori sulla loro pelle, non sui manifesti elettorali, selezionate dalle prove della vita e nell'ambito dei loro mestieri, non nelle segreterie dei partiti. Gente che si è misurata con un sistema ancora largamente competitivo e che è capace di leggere da dentro i bisogni della società civile. Ne conosco molta di questa gente, sono uno di loro, completamente. Non credo che la coscienza di avere, umilmente, le capacità e la voglia di fare qualche cosa d’utile per il proprio paese, non per farne una professione, sia da lasciare senza risposta ancora per molto tempo.
