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giovedì 27 agosto 2009

La lotta dei lavoratori contro i licenziamenti

Un amico della Carlsberg di Ceccano mi ha contattato su Facebook segnalandomi il gruppo "CONTRO I LICENZIAMENTI, LOTTA DURA COME ALLA INNSE" (LINK).

La lotta paga veramente solo se è giusta. Se riesce ad esserlo, allora importa poco che sia dura o morbida, serve solo che sia determinata ed intelligente. Il gruppo è comunque da tenere d'occhio, perché segnala subito situazioni di crisi. Una buona vetrina sulle proteste che i lavoratori attivano a difesa delle loro aziende in crisi.

venerdì 21 agosto 2009

Aziende in crisi e proteste dei lavoratori

Quando si subisce un'ingiustizia, si desidera protestare. Il significato del verbo "protestare" è "attestarsi dinanzi" per manifestare pubblicamente il proprio diritto di fronte all'offesa. Il lamento è una forma riservata, ma la protesta è sempre pubblica. In passato si sono viste manifestazioni contro discariche, centrali, ferrovie, che colpivano con azioni di disturbo sociale molto criticabili. C'era la brutta abitudine, forse passata di moda, di occupare i binari o le strade. Questo era poco civile ed inefficace. Chi ha perso una giornata di lavoro per un blocco ferroviario non sposa le ragioni dei manifestanti.


Una protesta civile, anche se dura e decisa, riesce invece ad attrarre la solidarietà di molti. E' il caso della vicenda INNSE di Milano, come pure di altre famosissime azioni di cui Tie-an-Men o la rivoluzione del Mahatma Gandhi, sono i più alti esempi. Di fronte alla protesta cerco di capirne le motivazioni e la forma, prima di aderire. Ad esempio, da ragazzo non saltavo le lezioni per manifestazioni politiche che non riguardavano il mio ruolo di studente. Tuttavia ero tra gli organizzatori degli scioperi contro l'inefficienza della scuola. Tutt'oggi non condivido le oceaniche manifestazioni genericamente "contro" il governo di turno, democraticamente eletto. Capisco meglio proteste che portino argomenti di discussione in relazione a singoli fatti od atteggiamenti.

lunedì 17 agosto 2009

Carlsberg di Ceccano - il tempo si è fermato

Era il mese di marzo 2009, quando scrivevo della protesta davanti ai cancelli della Carlsberg di Ceccano, vicino a Frosinone. Venti operai erano rimasti da soli in difesa di un birrificio storico, capace tutt'oggi di una produzione di grande qualità. In tempi di crisi economica, l'azienda aveva ingrandito lo stabilimento di Varese, sacrificando quello di Ceccano sull'altare degli utili di borsa ad ogni costo. Il timore di una speculazione sulla vendita dei terreni e dei macchinari e la dimostrazione di scarsa sensibilità sociale, avevano alimentato la protesta di un gruppo di irriducibili. Dalla loro parte qualche apparizione di politici locali, soprattutto in vista delle elezioni provinciali.


Gli operai al picchetto sembravano non apprezzare il lavoro dei sindacalisti di fabbrica. Non speravano di ricevere molto più che vuote parole dai politici, ma erano decisi a resistere. Da un lato il candidato alla provincia del centrodestra Iannarilli prometteva un forte interessamento, dall'altro l'assessore regionale di centro sinistra Tebaldi portava il problema nelle convocazioni settimanali del "tavolo interassessorile".

venerdì 14 agosto 2009

INNSE ossia fare impresa in Italia

L'insieme della produzione di beni e servizi di un paese, è alla base della ricchezza di cui i suoi abitanti beneficiano. Per creare il benessere bisogna costantemente mantenere e sviluppare in qualità, se non proprio in quantità, la capacità produttiva.


La INNSE era e rimane un'impresa capace di produzioni meccaniche di altissimo livello. I suoi operai hanno in questi mesi dimostrato un attaccamento alla fabbrica, decisamente superiore alla semplice difesa di un posto di lavoro. Gli interessi di una realtà produttiva, che arricchisce necessariamente tutta la collettività locale e nazionale, sono stati meglio difesi dagli operai piuttosto che dagli imprenditori inizialmente coinvolti. La storia vede la INNSE nascere nell'IRI e proseguire all'interno di un gruppo privato, fino all'amministrazione controllata nel 2003. Vista la qualità dei macchinari e l'estrema specializzazione della forza lavoro, una legge ne permise nel 2006 l'acquisto da parte di un nuovo imprenditore, ad un prezzo estremamente agevolato e nell'interesse generale. L'intesa venne siglata con la Genta S.p.A., impresa di commercializzazione di grandi macchine utensili, a condizione di reinvestire e mantenere i livelli occupazionali.

mercoledì 11 marzo 2009

La Carlsberg di Ceccano e gli operai che “non servono” più

In questa crisi economica che tiene in ostaggio l’economia e la società italiana, ci sono aspetti di difficile comprensione. Chi non vede a rischio il suo posto di lavoro, o non deve fare i conti con le maggiori difficoltà finanziarie del mandare avanti un’impresa, lo sa. I lavoratori dei settori che vanno bene, i dipendenti pubblici, i pensionati non al minimo, possono solamente farsi un’opinione della crisi dai mezzi di informazione. Da un lato il Presidente del Consiglio parla di una situazione più pesante che tragica ed incita all’ottimismo. Dall’altro il suo ministro dell’economia, uno dei pochi che aveva previsto tempi e modi di questa crisi, dice che il Governo non lascerà indietro nessuno. Dall'opposizione e dai sindacati mancano proposte che sappiano convincere gli economisti.
La crisi la si vede bene quando ci si ferma davanti ai cancelli di una fabbrica che sta per chiudere e si decide di parlare con gli operai. Lì c’è la certezza di una cassa integrazione lunga molti mesi e di una fumosa mobilità. Ad unire operai ed impiegati, la speranza che la loro situazione di risolva nell’unico modo in cui questi cittadini sono portati a sperare: riprendere la produzione come prima fermamente intenzionati a recuperare la dignità di lavoratori e non di assistiti.

La storia raccontata degli Operai
Mi sono fermato a parlare con i settanta dipendenti dello stabilimento Carlsberg di Ceccano, vicino a Frosinone, ed ho ascoltato quanto avevano da dire. Ho studiato poi la loro situazione, cercando informazioni su internet. Ecco quanto emerso.
A marzo 2006 la Carlsberg annunciava ai lavoratori riuniti in assemblea di voler abbandonare lo stabilimento. Si trattava di vendere e non semplicemente dismettere il sito produttivo. Il nuovo acquirente avrebbe avuto sempre bisogno di forza lavoro. La decisione di ritirarsi non dipendeva da un’inefficienza della fabbrica. Lo stabilimento ed i suoi operai avevano più volte, negli ultimi anni, ben figurato nelle classifiche di qualità e produttività del gruppo Carlsberg in Europa. L’utilità era quella di accorpare la produzione nel principale sito produttivo italiano, a Varese.
Da li si sono susseguite una serie di infruttuose trattative con potenziali acquirenti. Si sarebbe sentito parlare dell’interesse di marchi di birra concorrenti, poi di imprenditori di zone vicine. A far nutrire più speranze, i contatti con il gruppo Tarricone di Potenza, produttore della “Drive Beer” e della Birra Morena. Nel febbraio 2008 tuttavia la Carlsberg informava i dipendenti che, non essendo riuscita a vendere lo stabilimento, doveva pur fermarlo e mettere in cassa integrazione gli operai. Al lavoro rimanevano i custodi, qualche amministrativo e poche persone dedicate alla logistica. Il sito continuava la sua attività di hub distributivo della birra prodotta al nord. Subito dopo anche la possibilità che un gruppo di imprenditori del frusinate, potessero interessarsi all’affare. Di affare si potrebbe ben parlare, dato che gli impianti ed il sito sarebbero in vendita per circa sei milioni e mezzo di Euro e che la capacità produttiva si attesta intorno ai cinquecentomila ettolitri l’anno di ottima birra.
Alla fine, nel 2009 il dubbio che l’intenzione di vendere fosse un pretesto per calmierare le proteste, ha fatto decidere per un’azione di protesta più marcata. Nel silenzio di questi anni, il disinteresse fattivo delle istituzioni e di chi doveva rappresentarli, ha giocato contro i dipendenti. Oggi sono loro stessi in prima persona a gridare per farsi vedere. Il picchetto che da giorni staziona ai cancelli della fabbrica è composto da uomini miti ma determinati. Uniti dalla speranza che facendo rumore la cosa si sblocchi.
Mi ha colpito che gli uomini al picchetto non avessero dati, materiale informativo o notizie chiare di alcuna trattativa di vendita dello stabilimento. La loro fiducia li ha portati a credere a tutto. Ma, visti i risultati, anche senza dover pensare alla malafede, non mi sentirei in imbarazzo a parlare di una palese inefficacia di chi fino ad ora ha curato i loro interessi.
Ancora un volta i cittadini del terzo millennio devono cimentarsi da soli per far rispettare i loro diritti. Nessuna istituzione civile o privata è riuscita a far valere anche sono gli articoli uno e tre della nostra tanto inapplicata Costituzione.

Art. 1.
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
…
Art. 3.
…
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese

La Politica
Nel 2008 l’assessora al Lavoro della Regione Lazio, Alessandra Tibaldi, ha portato la questione all’attenzione del tavolo interassessorile regionale per le emergenze occupazionali. Questo è uno strumento creato in virtù della Legge Regionale n°38 del 1998, e da gennaio 2009 si riunisce settimanalmente. Si occupa di trovare soluzioni di breve e lungo periodo per i problemi del lavoro. La veloce applicazione della cassa integrazione ne sarebbe un esempio. Tuttavia nel portale della Regione Lazio ed in quello dell’assessorato, a parte le dichiarazioni dei politici, non si trova nulla. Sul caso di Ceccano in particolare si trovano solo due espressioni di fiducia e di solidarietà dell’assessora, una del 28/06/2008 ed una del 10/02/2009. Entrambe immancabilmente riprese dai quotidiani, a riprova dell’efficienza almeno dell’ufficio stampa. Che peccato che non compaiano i verbali o magari anche solo gli ordini del giorno degli incontri del tavolo.
Anche in altre occasioni in cui i politici fanno capolino nella vicenda, si sente parlare di grande fiducia. Ad esempio “Il Tempo” titola “Carlsberg, l’ora della speranza” quando il candidato PDL alla provincia di Frosinone, Antonella Iannarilli, dichiara di voler interessare il presidente degli industriali della Regione Maurizio Stirpe, presidente del Frosinone Calcio.
Insomma tante parole e promesse ma pochi elementi concreti che dimostrino un vero lavoro per risolvere la questione. Non si vede traccia di un impegno, ossia di una serie di azioni annunciate, per le quali siano chiare a tutti le date, gli obiettivi posti e siano resi noti i risultati. Si vedono invece uffici stampa molto efficienti nel dare risonanza alle visite dei politici sul posto. Spero davvero che si tratti solo di cattiva informazione. Voglio pensare che dietro il silenzio di facciata ci sia un febbrile lavoro delle istituzioni. Per rispetto agli operai che patiscono il freddo ai cancelli della loro fabbrica, vorrei però che ci fosse più trasparenza.

Le strategie in campo
Parlando con alcuni operai del picchetto emerge che la loro unica idea è ancora quella di convincere la Carlsberg a vendere lo stabilimento. Pensano a riprendere il lavoro, appena finito il periodo della crisi. Sindacati e politici vanno dietro a quest’idea. Ma dove sta la prova che la Carlsberg vuole davvero vendere? Il dubbio che dietro gli insuccessi delle trattative fatte fino ad oggi, possa nascondersi la difficoltà a cedere a concorrenti, nasce facilmente. Inoltre è chiaro che non basta fare un ottimo prodotto per poterlo vendere. Serve una rete di vendita già sviluppata ed una grande capacità distributiva. La Carlsberg, quarto gruppo di Birra nel mondo, ritiene che mantenere l’area di Ceccano sia meno conveniente che accorpare le sue attività in Italia a Varese. Nessuno ha dimostrato che potrebbe essere vantaggioso per altri, fare diversamente.
Forse la cosa sarebbe possibile se il sostegno della Regione e degli enti locali interessati fosse più concreto. Si potrebbe parlare di un sostegno al credito, od alle perdite iniziali, di una nuova iniziativa imprenditoriale che volesse riattivare la fabbrica. Se il Governo aiuta le banche, possono la Regione, la Provincia o lo stesso comune di Ceccano, aiutare le attività locali in crisi?
Nel frattempo gli operai restano ad aspettare, fiduciosi e sempre più infuriati. Nessuno parla con loro di soluzioni alternative. Nessuno si attiva per proporre azioni di formazione per potersi eventualmente ricollocare in altri settori. La politica e le istituzioni si occupano “paternalisticamente” di loro. Si fanno valere le conoscenze e l’influenza, ma si evitano analisi realistiche e forse non si dicono le cose come stanno. Se la fabbrica alla fine chiudesse davvero, bisogna pensare al futuro dei suoi dipendenti, rafforzandone fin da ora la possibilità di un reinserimento lavorativo.

La triste realtà
La Carlsberg è un gruppo mondiale, uno dei maggiori, per la birra, in Europa. Efficienza e ricerca dell’utile a tutti i costi, sono il suo credo. Nel 2008 ha realizzato un utile di 430milioni di Euro, in crescita di ben 81milioni di Euro rispetto al 2007. Tanto per essere chiari, già a pagina sei dell’Annual Report 2008 del gruppo, il CEO Jorgen Buhl Rasmussen dice che “In Italy, production has been concentrated at the Varese brewery north of Milan, and production has ceased at Ceccano.” (“In Italia, la produzione è stata concentrata alla birreria di Varese a nord di Milano, ed è stata cessata a Ceccano”). Quella in questione è solo una delle molte chiusure e riorganizzazioni logistiche operate in Europa, al fine di raggiungere una maggiore competitività ed efficienza. La cosa è quindi fatta, senza ritorno. Forse la nomina a fine 2008 di un italiano, Alberto Frausin, a CEO della Carlsberg Italia dopo il polacco Boguslaw Bartczak, era anche funzionale ad affrontare meglio una vertenza sindacale nel Bel Paese. A dire il vero non sembra proprio che la Carsberg sembri preoccupata delle proteste che salgono da Ceccano.
Il dodici marzo 2009 alle 14:30 è stata fissata addirittura l’assemblea degli azionisti a Frederiksberg, in Danimarca. Al punto terzo dell’ordine del giorno campeggia la distribuzione degli utili e dei dividendi.
In pratica la dismissione dello stabilimento di Ceccano, insieme ad altre, non servirebbe ad evitare perdite, ma a mantenere in crescita gli utili. Per la Carlsberg è più importante non scontentare gli azionisti, che togliere la speranza a settanta famiglie. Sembra proprio difficile vedere la chiusura in funzione semplicemente della crisi economica. E’ più facile leggervi una fredda strategia volta forse ad approfittare di questa, per massimizzare gli utili.

Considerazioni finali
Sono queste le imprese? Aziende slegate da qualsiasi dovere? I diritti ed i doveri sono previsti solo per le persone. Le aziende possono fare quello che vogliono. A legarle, quando sia il caso, vaghi codici etici o fumose carte dei valori, come quella di Confindustria. Ma è giusto che si licenzino operai quando ci sono utili così alti? Il Governo italiano non dovrebbe dire qualche cosa a questi signori del Nord che fanno e disfano come vogliono, a casa nostra?
Nessuno ha consigliato gli operai, di comprare le azioni della Carlsberg ed andare all’assemblea degli azionisti a parlare del loro problema. Come azionisti potevano magari proporre di cambiare lo slogan della casa noto in tutto il modo: “Carlsberg, Probably the best beer in the world”, in qualche cosa di più adeguato alla loro situazione.
La soluzione, a questo punto, potrebbe stare nell'estrema semplicità del ragionamento dei lavoratori di Ceccano. Ci sono elementi di alto interesse pubblico da porre con urgenza all’attenzione delle massime cariche civili e morali italiane ed europee. Ad un’impresa che fa alti utili non deve essere permesso di giocare sulla pelle della gente, in un momento di crisi globale. Non se ha costruito la sua ricchezza grazie alla possibilità di operare in un ambito di diritto che ne ha garantito la crescita.
LEXCIVILIS, ossia per il momento io solo, Edoardo Capulli, contatterò tutti i soggetti che dovrebbero rappresentare i diritti dei cittadini. Lo devo fare per gli amici di Ceccano e per tutti i loro colleghi di sventura. Se devono valere i diritti degli azionisti della Carlsberg e di tante altre aziende, cosa dire di quelli degli azionisti dello Stato Italiano e dell’Europa, ossia dei cittadini?
Un’ultima considerazione, per chi legge il blog. Per un operaio che normalmente guadagna poco, ed essendo in cassa integrazione, si avvia alla ricerca di un nuovo lavoro, accedere ad Internet è molto difficile. La principale fonte odierna di informazione e di partecipazione democratica, è di fatto negata a questi cittadini. Che dire di obbligare i gestori della rete ad assicurare l’ADSL gratuita per almeno tre ore serali al giorno a tutti? Sarebbe tanto grave se i signori delle nostre comunicazioni dovessero limare un poco i loro dividendi? Provate ad utilizzare Internet, Facebook, Youtube ed altri trastulli del genere anche per proporre ed ottenere cose utili come questa.
Coraggio concittadini di Ceccano!



audiopost LEXCIVILIS

domenica 8 marzo 2009

Lettera degli operai della Carlsberg di Ceccano all'assessore regionale

Ceccano 8 marzo 2009

Dott.ssa Tibaldi,

Con la presente, le maestranze della Carlsberg Italia di Ceccano (Fr) vogliono ringraziarla per l’impegno fin qui profuso alla nostra causa di disagio che proviamo non solo per il rischio (sempre più concreto) della perdita del lavoro, ma per la dignità di cui ci sentiamo defraudati come uomini, madri e padri.

Le istituzioni sembrano aver compreso che questa situazione della Carlsberg di Ceccano ha poco a che fare con una crisi di così grande proporzione, bensì trattasi di una sensibile mancanza di lungimiranza del gruppo Carlsberg. Infatti il nostro sito altamente qualificato ha contribuito alla forte immagine “Carlsberg”, producendo un prodotto riconosciuto a livello europeo dalla Carlsberg Italia stessa. Negli ultimi cinque anni infatti, le accise sulla birra sono aumentate di circa il 60%, causando ai produttori italiani una riduzione dei propri margini di guadagno e consentendo così l’ingresso di prodotti stranieri a prezzi altamente concorrenziali. Le chiediamo accoratamente di farci da portavoce affinché le richieste fatte ai vari esponenti politici, ci conducano ad un tavolo ministeriale, che affronti non solo il problema degli ammortizzatori sociali più efficaci e straordinari come questa crisi richiede, ma di trovare una soluzione industriale che ci consenta di recuperare la nostra dignità. Ciò potrebbe favorire un eventuale vendita concedendo a chi ne fosse interessato di vedersi sgravare di alcuni oneri fiscali, inserendo Ceccano nella “zona franca” essendo Ceccano stessa polo industriale di Frosinone. Tale richiesta vorremmo la rammendasse al presidente Marrazzo al quale l’abbiamo già presentata, in occasione della sua venuta a Ceccano nei giorni scorsi. Certi del suo personale interessamento le rinnoviamo la nostra stima e gratitudine anche per essere qui oggi.

I dipendenti Carlsberg di Ceccano

giovedì 5 marzo 2009

Il massimo profitto di pochi...

La ricerca del massimo profitto per pochi, a volte getta nella disperazione i molti. Nel crudele ma necessario gioco di un'economia limitata unicamente dal mercato, si può forse accettare che di fronte alla prova di perdite imminenti, si possa chiudere un'attività. Gli operai e le loro famiglie, pur trovandosi sulla strada, lo capirebbero.
Ma se a far chiudere un'azienda produttiva, c'è solamente la previsione di una contrazione degli utili, allora le cose cambiano. Qui il gioco diventa serio e crudele. Le persone che vengono licenziate sono cittadini. Sono l'ossatura di quello Stato di diritto che garantisce alla stessa azienda di poter operare in un ambito di garanzie. Sono gli azionisti dello Stato.
Può quindi la sola ricerca del massimo profitto, comportare la rovina per tante famiglie? E' giusto che lo Stato non preveda vie di uscita che garantiscano a sua volta i suoi cittadini-azionisti? E' una possibilità compatibile, ad esempio, con il Codice etico o con la Carta dei valori di Confindustria?
Mi chiedo queste cose mentre osservo quanto accade in molti siti produttivi italiani. Viaggiando in macchina, vedo continuamente picchetti di operati davanti ai cancelli delle fabbriche. Chi si fermasse qualche minuto a parlare con loro, potrebbe sentire le loro ragioni. Scoprirebbe che sono persone miti, rassegnate e preoccupate per la loro vita. Accanto a loro qualche telecamera puntata sul politico di turno. Per loro nessun aiuto concreto e risolutivo. Non dobbiamo delegare del tutto la solidarietà allo Stato. Facciamolo pure per quella economica, chiamata Cassa integrazione o Mobilità. Ma quella morale ed umana deve passare attraverso ogni singolo cittadino.
Vorrei dire a tutti di fermarsi almeno una volta presso questi picchetti e parlare con i loro concittadini operai. E' un bel gesto che domani qualcuno potrebbe vedersi restituito. Sono anche convinto che se tutte o quasi le persone si fermassero davanti ad un picchetto, l'attenzione delle istituzioni e delle stesse aziende sarebbe ben diversa. La solidarietà vera, quella dell'Uomo verso l'Uomo, è una forza che muove le montagne.
Io lo sto facendo con gli operai della Carlsberg di Ceccano, vicino a Frosinone. Settanta famiglie attendono a settembre la chiusura definitiva della fabbrica di birra. Sto studiando, preparandomi a scrivere ed a fare qualche cosa per loro. Così facendo aiuto anche me. Spero di diventare infatti una persona ed un cittadino migliore: scusate se è poco. Coraggio amici della Carlsberg!
Edoardo Capulli

venerdì 4 luglio 2008

Doppio lavoro in nero

Oggi voglio scrivere di un tema dibattuto in modo molto superficiale, o usato da molti come una bandiera: quello degli stipendi bassi. Ci sono moltissime famiglie in Italia, magari con un paio di figli che vanno avanti nominalmente con un solo reddito intorno agli € 1.100,00 netti mensili. Faccio subito un esempio: F. lavora in una scuola come assistente tecnico ma il suo magro stipendio non basta per vivere decorosamente con sua moglie e i due figli. F. non si risparmia sul lavoro, si dimostra volenteroso e pieno d’iniziativa: "Mani d'oro" lo chiamano i colleghi. La sua buona volontà non può conquistargli riconoscimenti in un posto pubblico, dove i premi sono sempre a pioggia e non si incentivano i meritevoli, spesso additati come "poveri fessi". F. non se ne preoccupa e continua a lavorare con impegno.
Per guadagnare di più, finite le sue sei ore giornaliere, si dedica ad un doppio lavoro. Qui le sue mani d'oro gli rendono quanto merita. Il pomeriggio e la fine settimana fa lavori di muratura, di tinteggiatura, di piccola e media manutenzione. Tutto rigorosamente in nero, ossia senza fare ricevuta e senza denunciare gli ulteriori redditi.
E’ vero che così facendo evade le tasse, eppure non si può negare che è difficile per lui, se non impossibile, raggiungere in altro modo una retribuzione più adeguata alle giuste esigenze della sua famiglia. Per un dipendente pubblico, la possibilità di fare un secondo lavoro passa attraverso le forche caudine di regole molto restrittive e necessita infine dell'autorizzazione del dirigente. F. potrebbe fare un secondo lavoro solo se passasse ad un part-time al 50% nella scuola dove è impiegato, ottenendo anche il permesso dal segretario.
Non dobbiamo nasconderci però che se chiediamo a F. di rientrare nei canoni della Legge, dobbiamo avere anche il coraggio di dirgli di rinunciare a stare in campeggio d'estate con i suoi figli, di non portarli dall'odontotecnico per raddrizzare i denti, di evitare di fargli fare sport il pomeriggio. Dobbiamo fargli capire che non può più continuare a costruire la casa per loro nel terreno lasciatogli dai genitori. Non potrà più fare tante di quelle cose che può permettersi solo avendo una doppia retribuzione.
Con tutto questo non voglio e posso giustificare il fatto che F. evade le tasse per quanto guadagna con il secondo lavoro ed opera senza curarsi di tutti quegli accorgimenti di cui sarebbe tenuto a dotarsi, se agisse alla luce del sole. Trattandosi per l’appunto di un “secondo lavoro”, per di più svolto in forma individuale, F. non ha modo di sviluppare la sua attività ad un livello tale da renderla redditizia se svolta nel rispetto delle norme fiscali, previdenziali e di sicurezza.
Gli elementi della situazione sono alla fine questi:
  • F. guadagna con il suo primo lavoro troppo poco per fare campare la sua famiglia;
  • Il datore di lavoro pubblico non è capace di valorizzare economicamente F. come persona meritevole;
  • F. è costretto a fare un doppio lavoro non autorizzato e di nascosto, senza garanzie per la sua sicurezza ed evadendo le tasse;
  • F. così facendo danneggia le ditte ed i professionisti che operano in maniera corretta nel settore del suo doppio lavoro;
  • F. non concorre nella misura della sua reale capacità contributiva alla società nel suo complesso, sottraendo risorse al fisco ed alla previdenza;
Ne escono danneggiati sia F. che la società civile. Lui perde perché scommette il benessere guadagnato per i suoi cari sulla sua sicurezza e sulla sua salute. I suoi figli perdono perché imparano che le regole di convivenza civile si possono tranquillamente calpestare per ottenere un vantaggio personale. La società perde perché le sono sottratte risorse dovute. Lo Stato perde perché trascura di valorizzare un suo dipendente volenteroso e quindi preziosamente raro. I sindacati e la burocrazia pubblica perdono perché colpevolmente responsabili di negare a chi volesse lavorare di più, la possibilità di farlo.
Ora facciamo tutti mente locale e cerchiamo di ricordarci quanti signori F. abbiamo incontrato nella nostra vita. Quante volte ci siamo avvalsi di loro per fare dei lavori in casa, per sistemare una soffitta o per tinteggiare le nostre stanze?
Il ministro Brunetta vuole dare la possibilità ai dipendenti pubblici di prendersi un anno di aspettativa non retribuita per cercare di mettersi in proprio. Spero che da buon economista, quale egli è, affronti presto e bene anche il tema del rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici in termini di valorizzazione reale del merito. La soluzione al problema del lavoro nero di F. deve passare per una retribuzione più alta ed un sistema premiante che gli permetta di esprimere le sue capacità per la scuola dove lavora. Inoltre, se ancora necessitasse di fare un secondo lavoro, credo ci si debba sforzare di creare condizioni fiscali e previdenziali che salvaguardino le aziende che operano correttamente permettendo a persone come F. di ricavare legalmente un’ulteriore fetta di reddito.
La Legge torni al servizio di F. e dei cittadini. A quel punto, date a tutti le corrette opportunità, è giusto che lo Stato non esiti a far rispettare una legge veramente eguale per tutti.

martedì 24 giugno 2008

Lavoro, strada ed effetti collaterali

Il sei giugno ho ascoltato nella rubrica "Lettere a Radio24" una lettera di un ascoltatore che raccontava la tragedia del suocero toltosi la vita dopo il ritiro della patente.
Quest'uomo, ex professore in pensione da poco, si era comprato l'auto nuova per accompagnare la figlia al matrimonio. L'auto gli serviva anche per portare in ospedale ogni pochi giorni la madre anziana ed inferma. Al rientro da un raduno di alpini, a soli due chilometri da casa, un controllo del tasso alcolico lo precipitava in una situazione per lui insostenibile: seimila euro di multa, ritiro della patente per due anni, arresto e confisca dell'auto dopo la sentenza.
Una severa condanna che ha precipitato l'uomo nel baratro della disperazione, fino al suicidio. A colpire ancora di più l'ascoltatore era il fatto che nella zona, pochi mesi prima, un'altra persona era ricorsa a tale gesto dopo una condanna simile: questa volta a causa dell'inevitabile perdita del lavoro che ne era derivata. Che si possa trattare di una sorte di "danni collaterali" della nuova politica di sicurezza stradale ?

Bella la risposta del direttore di Radio24, Giancarlo Santalmassi che si dichiarava colpevole lui stesso della morte dei guidatori suicidi. La colpa in sostanza era quella di non aver dato con continuità la giusta informazione agli ascoltatori su quali rischi si corrano, anche sotto il profilo giudiziario, nel guidare in stato di ebbrezza. Santalmassi ha anche legato, con delicatezza, la lettera dell'ascoltatore a quella oramai famosa su internet chiamata "lettera di una ragazza morente" (LINK al testo - LINK all'audio mp3).

Troppo spesso siamo colpevolmente superficiali sotto questo aspetto. E' dimostrato con certezza che anche poco alcool provoca un ritardo nei tempi di risposta agli imprevisti ed acuisce oltre misura il nostro senso di sicurezza. Una miscela di effetti deleteria per affrontare senza la necessaria prudenza ed a riflessi rallentati, la guida di un mezzo stradale che può trasformarsi in una macchina di morte. Quando diciamo che un paio di bicchieri di vino non facciano molto, pensiamo a cosa proveremmo sapendo la nostra figlioletta, od un nostro consanguineo, morti sull'asfalto a causa di chi sostanzialmente è solamente superficiale come noi.

Il discorso ha chiari connotati di civiltà e credo che il nesso sia chiaro se pensiamo alla grande maggioranza dei concittadini europei, come ad esempio tedeschi ed inglesi che, quando escono in gruppo a mangiare e bere, lasciano completamente sobrio uno del gruppo, con la mansione di autista. A loro confronto siamo un branco di selvaggi, immaturi ed incivili barbari.

Chiunque faccia sport con continuità (cosa rara in un popolo di lordoni come il nostro) sa bene che anche un solo bicchiere di vino cambia sensibilmente i nostri riflessi. Provate a far bere anche poco un maestro di tennis per vedere subito dopo quante palle mancherà completamente: rimarrete impressionati !

Quindi chi si ostina a pensare di poter controllare il suo corpo e bolla come esagerate le norme sulla guida in stato di ebbrezza è decisamente un individuo immaturo e superficiale. Io ho scelto di non bere o mangiare qualsiasi cosa contenga alcool, prima di mettermi alla guida di un mezzo. Preferisco una autolimitazione assoluta ad una davvero poco gratificante concessione di un solo bicchierino di birra o di vino. Quindi addio alla bevanda di bacco nelle cene fuori casa, come pure al grappino od al limoncello solitamente offerto alla fine di queste. Mi consola il fatto che con mia moglie almeno potremo fare a turno, questo piccolo ma necessario sacrificio. Scelgo di fare tutta la mia parte per non diventare un potenziale pericolo e mi sento per questo più coerente ed un poco più civile.

Ecco quali sono le pene per la guida in stato di ebbrezza:

Tasso alcolemico
Sanzione
tra 0,5 g/l a 0,8 g/l ammenda da 500 a 2.000 euro. Sospensione della patente da 3 a 6 mesi.
tra 0,8 e 1,5g/l ammenda da 800 a 3.200 euro e arresto fino a 6 mesi. Sospensione della patente per un periodo di tempo compreso fra 6 mesi e 1 anno.
oltre 1,5 g/l ammenda tra 1.500 e 6.000 euro e arresto da tre mesi ad 1 anno. Sospensione della patente da 1 a 2 anni. Confisca del veicolo con la sentenza di condanna.

Ecco il grafico della Polizia di stato per capire come si raggiunge un alto tasso alcolemico:



Visto che siamo comunque un paese di furbetti ecco cosa accade a chi pensasse di rifiutarsi di misurare il tasso alcolemico commettendo un illecito penale:
a) arresto da tre mesi ad un anno
b) ammenda da 1.500 a 6.000 euro
c) sospensione della patente pEcco la tabella della Polizia di Stato sul tasso alcolemico (LINK al sito)er un periodo da 6 mesi a 2 anni e la revoca nel caso in cui il conducente sia stato condannato per il medesimo reato nei due anni precedenti
d) fermo amministrativo del veicolo per 180 giorni se il veicolo appartiene alla stessa persona responsabile dell'illecito.Ce n'è per fare tutti un serio ragionamento. Quindi pensiamoci bene prima di metterci alla guida dell'auto e non troviamo argomenti come "allora che dire dell'uso del cellulare" od ancora "e quelle donne che si truccano in auto" od altre scuse per non fare il nostro dovere. Soprattutto non disperiamoci dopo che la polizia stradale ci ha giustamente puniti: lo sapevamo bene e ce lo saremmo meritati.

lunedì 9 giugno 2008

Alti e bassi: i fannulloni ed il ministro

Dobbiamo capire se nella pubblica amministrazione trovano rifugio, meglio che nelle imprese private, i cosiddetti fannulloni. Parlo di quei dipendenti che invece di lavorare si imboscano o che comunque ci "danno di piatto". Voglio fare qualche esempio di casi reali e concreti dei quali mi è giunta voce direttamente:
1) la signora che si ammala sempre, immancabilmente e con straordinaria ripetitività i soli sabati;
2) la signora che per un capriccio del destino si trova a prendersi un giorno di malattia guarda caso sempre nei giorni in cui ha il rientro pomeridiano;
3) la signora del punto 1) o quella del punto 2) che non riuscendo ad evadere tutto il lavoro riescono a farsi autorizzare sempre le ore di straordinario;
4) la signora che entra al lavoro alle 8:20 e segna 8:00, tutti i giorni, anche quando la flessibilità di orario dice dalle di entrare dalle 8:00 alle 8:15;
5) il dirigente che non controlla mai, ma proprio mai, quando effettivamente entrano al lavoro i dipendenti, magari facendosi una stampa delle timbrate o ritirando il registro delle firme tutti i giorni alle 8:15 in punto;
6) la signora che dopo aver timbrato, esce a prendersi un caffè e dato che il fruttivendolo è li vicino fa la spesa; siccome poi i pacchi pesano, prende la macchina; dato che non è a piedi, fa un salto al supermercato e tornando a casa non scorda il pane e la carne: il tutto senza timbrare l'uscita;
7) il dipendente che per non sciuparsi tutte le ferie si prende un po di giorni di malattia per fare i lavori a casa od in campagna;
8) il dirigente che non controlla che le persone che deve gestire lavorino tutte e bene;
9) la signora che siccome ha i figli lontani all'università va tranquillamente a fargli da cameriera prendendosi serenamente qualche giorno di malattia verso il fine settimana.

In tutti questi casi trovo sinceramente che il termine fannulloni sia addirittura troppo blando. Sarebbe in molti casi più corretto dire birbaccioni. Se uno infatti decide di fingersi in malattia, è chiaro il suo disegno di rubare lo stipendio, di dichiarare il falso, di danneggiare la sua amministrazione, il tutto per i suoi comodi. Nel pubblico impiego questi soggetti sono percentualmente tra il doppio ed il triplo che nel settore privato. Ma se in quest'ultimo il problema è del loro datore di lavoro che ha pure qualche strumento a mio avviso inefficiente per rimediare, nel pubblico il problema è di tutti noi.

Il Prof. Renato Brunetta, appena nominato neo ministro per la Pubblica amministrazione e l'innovazione, ha esordito con un entusiasmo quasi incontenibile, suonando la carica contro i fannulloni. La stampa e la televisione, perlomeno, hanno voluto dare l'accento proprio su questo punto. L'immagine arrivata dai media non è quella classica di un ministro che in modo molto istituzionale attacca con le consuete lodi alla grande professionalità ed allo spirito di abnegazione dei dipendenti, bla bla bla ... per poi accennare con cipiglio che certo bisogna instaurare meccanismi premianti per i buoni ma anche porsi l'obiettivo di migliorare la produttività, bla bla bla. L'immagine è sembrata piuttosto quella di un medico che ti parla subito della malattia senza doverti prima elencare necessariamente tutti gli organi che ancora funzionano.

Mi sembra che a parte i fannulloni chiamati in causa e qualche sindacato, questo esordio non abbia veramente preoccupato né indignato nessuno. Tuttavia il 5 giugno il deputato Furio Colombo, noto per i notevoli trascorsi giornalistici e politici, insieme ad alcuni parlamentari dell'opposizione, presentando il nuovo blog "Piazza del dissenso" (dal 9 giugno 2008 su www.micromega.net), ha dato mostra di pensarla diversamente. Scartato forse troppo sgarbatamente dalle primarie per il Partito Democratico e forse in cerca di un suo spazio sul palcoscenico politico, Furio Colombo ha rinfacciato a Brunetta proprio il fatto di non essersi comportato come un tranquillizzante ministro dei bei tempi andati. Nella foga oratoria, il deputato giornalista si è lasciato andare fino a definire l'economista del Popolo delle Libertà, mini-ministro:

"L'idea che arriva un ministro, che per prima cosa minaccia di espellere i medici di trovare i fannulloni, di licenziare e che lancia fulmini saette e maledizioni sul settore che gli è stato affidato, perché di solito ministro del ..., vuol di re prendersi cura di ... . Non si è mai visto un ministro della Forza armate, un ministro della Difesa che per prima cosa dice - adesso facciamo piazza pulita del generali, oppure dei soldati -. Di solito dice - ho fiducia nelle Forze armate, perché sono una garanzia della democrazia - e così via. Tipicamente, per quanti progetti di riforme abbia, un ministro è un "taking care of", è un qualcuno che viene per prendersi cura di. Qui abbiamo questa comica finale del mini-ministro, il quale si scatena nei confronti del fannullone. Ed è chiaro che il fannullone, siccome è vittima designata, è chiaro che sarà trovato". (trascritto dal filmato originale LINK).

Penso che Furio Colombo ci sia rimasto male per primo per la squallida battuta, e che le scuse che poi ha presentato siano lo specchio di un sincero dispiacere. Stessa cosa per il ministro Brunetta che probabilmente si è dimostrato nell'impulsività, della stessa pasta del suo critico, lanciandosi in considerazioni di dubbio gusto. Speriamo che la smettano di farsi battute reciprocamente, anche perché entrambi presentano materia per un lunghissimo scambio di simili piacevolezze.

La cosa che mi sorprende è il pessimismo di Colombo il quale pensa che la battaglia contro i veri fannulloni sia persa in partenza, tanto da paventare con argomenti a mio avviso privi di qualsiasi logica, una caccia alle streghe. Dice in sostanza che siccome qualcuno bisognerà pur licenziarlo, la norma sui fannulloni darà il pretesto ai dirigenti per liberarsi degli elementi a loro scomodi.

Allora una proposta forte: dato che anche la saggezza popolare ci ricorda che "la padella si prende dal manico", iniziamo la caccia ai fannulloni a partire proprio dai dirigenti. Se un ufficio non funziona la colpa principale è proprio di quest'ultimi che hanno come scopo principale del loro incarico proprio il far ben lavorare i sottoposti. Ma smettiamola, per piacere, di pensare che un ministro debba essere un papà buono e basta: come tale deve in primo luogo rispondere dell'efficienza della Pubblica amministrazione a tutti gli italiani, non tutelare corporativamente i suoi dipendenti. Basta con questi paternalismi ed avanti con un pizzico di sano pragmatismo.

lunedì 24 marzo 2008

Buona Pasqua

Buona Pasqua a tutti gli amici che leggono queste pagine, soprattutto a quelli che non ho fatto in tempo a chiamare. Non mi sono scordato dell'impegno a scrivere il post sul curriculum dei principali candidati premier alle prossime politiche. Solo che in applicazione al famoso principio artistico per cui è il confronto che fa emergere le cose belle e quelle brutte, sto predisponendo una tabella con i dati dei precedenti presidenti del consiglio italiani e dei principali leader stranieri dei nostri tempi.
Questa settimana l'esperienza di un mio nipote che ha trovato il suo primo lavoro mi ha confermato che l'idea di fare Lexcivilis non sia da buttare.
Mio nipote L., neo-ingegnere ambientale, ha passato qualche settimana in inutili colloqui di lavoro dove, quando non lo guardavano quasi con disgusto per non essere ingegnere civile, gli offrivano una vaga promessa di richiamarlo per un posto da ultimissima ruota del carro in prova. Suoi amici più grandi che lavorano da circa due anni, non guadagnano netti al mese neppure mille euro ed hanno poche possibilità di migliorare velocemente. Lui allora ha cercato lavoro a Londra, trovandolo dopo neppure una settimana. Tutti i colloqui londinesi finivano con i complimenti per la scelta ambientale ed alla fine è stato assunto da una grossa compagnia che fa pali per fondamenta: guadagna quasi il doppio del suo amico in Italia, ha un'auto aziendale, lavora in un ambiente molto dinamico e pieno di prospettive.
Che tristezza questa Italia !