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mercoledì 11 marzo 2009
La Carlsberg di Ceccano e gli operai che “non servono” più
In questa crisi economica che tiene in ostaggio l’economia e la società italiana, ci sono aspetti di difficile comprensione. Chi non vede a rischio il suo posto di lavoro, o non deve fare i conti con le maggiori difficoltà finanziarie del mandare avanti un’impresa, lo sa. I lavoratori dei settori che vanno bene, i dipendenti pubblici, i pensionati non al minimo, possono solamente farsi un’opinione della crisi dai mezzi di informazione. Da un lato il Presidente del Consiglio parla di una situazione più pesante che tragica ed incita all’ottimismo. Dall’altro il suo ministro dell’economia, uno dei pochi che aveva previsto tempi e modi di questa crisi, dice che il Governo non lascerà indietro nessuno. Dall'opposizione e dai sindacati mancano proposte che sappiano convincere gli economisti.
La crisi la si vede bene quando ci si ferma davanti ai cancelli di una fabbrica che sta per chiudere e si decide di parlare con gli operai. Lì c’è la certezza di una cassa integrazione lunga molti mesi e di una fumosa mobilità. Ad unire operai ed impiegati, la speranza che la loro situazione di risolva nell’unico modo in cui questi cittadini sono portati a sperare: riprendere la produzione come prima fermamente intenzionati a recuperare la dignità di lavoratori e non di assistiti.
La storia raccontata degli Operai
Mi sono fermato a parlare con i settanta dipendenti dello stabilimento Carlsberg di Ceccano, vicino a Frosinone, ed ho ascoltato quanto avevano da dire. Ho studiato poi la loro situazione, cercando informazioni su internet. Ecco quanto emerso.
A marzo 2006 la Carlsberg annunciava ai lavoratori riuniti in assemblea di voler abbandonare lo stabilimento. Si trattava di vendere e non semplicemente dismettere il sito produttivo. Il nuovo acquirente avrebbe avuto sempre bisogno di forza lavoro. La decisione di ritirarsi non dipendeva da un’inefficienza della fabbrica. Lo stabilimento ed i suoi operai avevano più volte, negli ultimi anni, ben figurato nelle classifiche di qualità e produttività del gruppo Carlsberg in Europa. L’utilità era quella di accorpare la produzione nel principale sito produttivo italiano, a Varese.
Da li si sono susseguite una serie di infruttuose trattative con potenziali acquirenti. Si sarebbe sentito parlare dell’interesse di marchi di birra concorrenti, poi di imprenditori di zone vicine. A far nutrire più speranze, i contatti con il gruppo Tarricone di Potenza, produttore della “Drive Beer” e della Birra Morena. Nel febbraio 2008 tuttavia la Carlsberg informava i dipendenti che, non essendo riuscita a vendere lo stabilimento, doveva pur fermarlo e mettere in cassa integrazione gli operai. Al lavoro rimanevano i custodi, qualche amministrativo e poche persone dedicate alla logistica. Il sito continuava la sua attività di hub distributivo della birra prodotta al nord. Subito dopo anche la possibilità che un gruppo di imprenditori del frusinate, potessero interessarsi all’affare. Di affare si potrebbe ben parlare, dato che gli impianti ed il sito sarebbero in vendita per circa sei milioni e mezzo di Euro e che la capacità produttiva si attesta intorno ai cinquecentomila ettolitri l’anno di ottima birra.
Alla fine, nel 2009 il dubbio che l’intenzione di vendere fosse un pretesto per calmierare le proteste, ha fatto decidere per un’azione di protesta più marcata. Nel silenzio di questi anni, il disinteresse fattivo delle istituzioni e di chi doveva rappresentarli, ha giocato contro i dipendenti. Oggi sono loro stessi in prima persona a gridare per farsi vedere. Il picchetto che da giorni staziona ai cancelli della fabbrica è composto da uomini miti ma determinati. Uniti dalla speranza che facendo rumore la cosa si sblocchi.
Mi ha colpito che gli uomini al picchetto non avessero dati, materiale informativo o notizie chiare di alcuna trattativa di vendita dello stabilimento. La loro fiducia li ha portati a credere a tutto. Ma, visti i risultati, anche senza dover pensare alla malafede, non mi sentirei in imbarazzo a parlare di una palese inefficacia di chi fino ad ora ha curato i loro interessi.
Ancora un volta i cittadini del terzo millennio devono cimentarsi da soli per far rispettare i loro diritti. Nessuna istituzione civile o privata è riuscita a far valere anche sono gli articoli uno e tre della nostra tanto inapplicata Costituzione.
Art. 1.
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
…
Art. 3.
…
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese
La Politica
Nel 2008 l’assessora al Lavoro della Regione Lazio, Alessandra Tibaldi, ha portato la questione all’attenzione del tavolo interassessorile regionale per le emergenze occupazionali. Questo è uno strumento creato in virtù della Legge Regionale n°38 del 1998, e da gennaio 2009 si riunisce settimanalmente. Si occupa di trovare soluzioni di breve e lungo periodo per i problemi del lavoro. La veloce applicazione della cassa integrazione ne sarebbe un esempio. Tuttavia nel portale della Regione Lazio ed in quello dell’assessorato, a parte le dichiarazioni dei politici, non si trova nulla. Sul caso di Ceccano in particolare si trovano solo due espressioni di fiducia e di solidarietà dell’assessora, una del 28/06/2008 ed una del 10/02/2009. Entrambe immancabilmente riprese dai quotidiani, a riprova dell’efficienza almeno dell’ufficio stampa. Che peccato che non compaiano i verbali o magari anche solo gli ordini del giorno degli incontri del tavolo.
Anche in altre occasioni in cui i politici fanno capolino nella vicenda, si sente parlare di grande fiducia. Ad esempio “Il Tempo” titola “Carlsberg, l’ora della speranza” quando il candidato PDL alla provincia di Frosinone, Antonella Iannarilli, dichiara di voler interessare il presidente degli industriali della Regione Maurizio Stirpe, presidente del Frosinone Calcio.
Insomma tante parole e promesse ma pochi elementi concreti che dimostrino un vero lavoro per risolvere la questione. Non si vede traccia di un impegno, ossia di una serie di azioni annunciate, per le quali siano chiare a tutti le date, gli obiettivi posti e siano resi noti i risultati. Si vedono invece uffici stampa molto efficienti nel dare risonanza alle visite dei politici sul posto. Spero davvero che si tratti solo di cattiva informazione. Voglio pensare che dietro il silenzio di facciata ci sia un febbrile lavoro delle istituzioni. Per rispetto agli operai che patiscono il freddo ai cancelli della loro fabbrica, vorrei però che ci fosse più trasparenza.
Le strategie in campo
Parlando con alcuni operai del picchetto emerge che la loro unica idea è ancora quella di convincere la Carlsberg a vendere lo stabilimento. Pensano a riprendere il lavoro, appena finito il periodo della crisi. Sindacati e politici vanno dietro a quest’idea. Ma dove sta la prova che la Carlsberg vuole davvero vendere? Il dubbio che dietro gli insuccessi delle trattative fatte fino ad oggi, possa nascondersi la difficoltà a cedere a concorrenti, nasce facilmente. Inoltre è chiaro che non basta fare un ottimo prodotto per poterlo vendere. Serve una rete di vendita già sviluppata ed una grande capacità distributiva. La Carlsberg, quarto gruppo di Birra nel mondo, ritiene che mantenere l’area di Ceccano sia meno conveniente che accorpare le sue attività in Italia a Varese. Nessuno ha dimostrato che potrebbe essere vantaggioso per altri, fare diversamente.
Forse la cosa sarebbe possibile se il sostegno della Regione e degli enti locali interessati fosse più concreto. Si potrebbe parlare di un sostegno al credito, od alle perdite iniziali, di una nuova iniziativa imprenditoriale che volesse riattivare la fabbrica. Se il Governo aiuta le banche, possono la Regione, la Provincia o lo stesso comune di Ceccano, aiutare le attività locali in crisi?
Nel frattempo gli operai restano ad aspettare, fiduciosi e sempre più infuriati. Nessuno parla con loro di soluzioni alternative. Nessuno si attiva per proporre azioni di formazione per potersi eventualmente ricollocare in altri settori. La politica e le istituzioni si occupano “paternalisticamente” di loro. Si fanno valere le conoscenze e l’influenza, ma si evitano analisi realistiche e forse non si dicono le cose come stanno. Se la fabbrica alla fine chiudesse davvero, bisogna pensare al futuro dei suoi dipendenti, rafforzandone fin da ora la possibilità di un reinserimento lavorativo.
La triste realtà
La Carlsberg è un gruppo mondiale, uno dei maggiori, per la birra, in Europa. Efficienza e ricerca dell’utile a tutti i costi, sono il suo credo. Nel 2008 ha realizzato un utile di 430milioni di Euro, in crescita di ben 81milioni di Euro rispetto al 2007. Tanto per essere chiari, già a pagina sei dell’Annual Report 2008 del gruppo, il CEO Jorgen Buhl Rasmussen dice che “In Italy, production has been concentrated at the Varese brewery north of Milan, and production has ceased at Ceccano.” (“In Italia, la produzione è stata concentrata alla birreria di Varese a nord di Milano, ed è stata cessata a Ceccano”). Quella in questione è solo una delle molte chiusure e riorganizzazioni logistiche operate in Europa, al fine di raggiungere una maggiore competitività ed efficienza. La cosa è quindi fatta, senza ritorno. Forse la nomina a fine 2008 di un italiano, Alberto Frausin, a CEO della Carlsberg Italia dopo il polacco Boguslaw Bartczak, era anche funzionale ad affrontare meglio una vertenza sindacale nel Bel Paese. A dire il vero non sembra proprio che la Carsberg sembri preoccupata delle proteste che salgono da Ceccano.
Il dodici marzo 2009 alle 14:30 è stata fissata addirittura l’assemblea degli azionisti a Frederiksberg, in Danimarca. Al punto terzo dell’ordine del giorno campeggia la distribuzione degli utili e dei dividendi.
In pratica la dismissione dello stabilimento di Ceccano, insieme ad altre, non servirebbe ad evitare perdite, ma a mantenere in crescita gli utili. Per la Carlsberg è più importante non scontentare gli azionisti, che togliere la speranza a settanta famiglie. Sembra proprio difficile vedere la chiusura in funzione semplicemente della crisi economica. E’ più facile leggervi una fredda strategia volta forse ad approfittare di questa, per massimizzare gli utili.
Considerazioni finali
Sono queste le imprese? Aziende slegate da qualsiasi dovere? I diritti ed i doveri sono previsti solo per le persone. Le aziende possono fare quello che vogliono. A legarle, quando sia il caso, vaghi codici etici o fumose carte dei valori, come quella di Confindustria. Ma è giusto che si licenzino operai quando ci sono utili così alti? Il Governo italiano non dovrebbe dire qualche cosa a questi signori del Nord che fanno e disfano come vogliono, a casa nostra?
Nessuno ha consigliato gli operai, di comprare le azioni della Carlsberg ed andare all’assemblea degli azionisti a parlare del loro problema. Come azionisti potevano magari proporre di cambiare lo slogan della casa noto in tutto il modo: “Carlsberg, Probably the best beer in the world”, in qualche cosa di più adeguato alla loro situazione.
La soluzione, a questo punto, potrebbe stare nell'estrema semplicità del ragionamento dei lavoratori di Ceccano. Ci sono elementi di alto interesse pubblico da porre con urgenza all’attenzione delle massime cariche civili e morali italiane ed europee. Ad un’impresa che fa alti utili non deve essere permesso di giocare sulla pelle della gente, in un momento di crisi globale. Non se ha costruito la sua ricchezza grazie alla possibilità di operare in un ambito di diritto che ne ha garantito la crescita.
LEXCIVILIS, ossia per il momento io solo, Edoardo Capulli, contatterò tutti i soggetti che dovrebbero rappresentare i diritti dei cittadini. Lo devo fare per gli amici di Ceccano e per tutti i loro colleghi di sventura. Se devono valere i diritti degli azionisti della Carlsberg e di tante altre aziende, cosa dire di quelli degli azionisti dello Stato Italiano e dell’Europa, ossia dei cittadini?
Un’ultima considerazione, per chi legge il blog. Per un operaio che normalmente guadagna poco, ed essendo in cassa integrazione, si avvia alla ricerca di un nuovo lavoro, accedere ad Internet è molto difficile. La principale fonte odierna di informazione e di partecipazione democratica, è di fatto negata a questi cittadini. Che dire di obbligare i gestori della rete ad assicurare l’ADSL gratuita per almeno tre ore serali al giorno a tutti? Sarebbe tanto grave se i signori delle nostre comunicazioni dovessero limare un poco i loro dividendi? Provate ad utilizzare Internet, Facebook, Youtube ed altri trastulli del genere anche per proporre ed ottenere cose utili come questa.
Coraggio concittadini di Ceccano!
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Su http://www.finanzaeborse.it/articolo/carlsberg-270-in-esubero/3894/
RispondiEliminaPurtroppo le riduzioni di personale passano anche dall'Italia. A Ceccano, in
particolare 70 dipendenti sono sulla strada. Questo con oltre 400mln di Euro di
utili prodotti dal gruppo nel 2008, che il 14 marzo 2009 assicurerà i dividendi agli
azionisti.
Al Presidente della Commissione Lavoro della Camera (saglia_s@camera.it)
RispondiEliminaOnorevole Presidente Saglia,
vorrei sottoporre all'attenzione Sua e della Commissione Lavoro la situazione dei 70 dipendenti dello stabilimento Carlsberg Italia di Ceccano. Il gruppo danese, che presenta un utile molto alto nel 2008, licenzia gli operai ciociari per riorganizzarsi. In un momento in cui la crisi spaventa tutti, questa decisione,
funzionale ad aumentare i già alti utili aziendali, cade come un maglio sulla testa
dei lavoratori. Questi sono indifesi. Da semplice cittadino ho raccolto la loro
storia, pubblicandola sul blog LEXCIVILIS, di impegno civile. Non sono un estimatore
della politica nell'Italia di oggi. Ma sento forte il dovere civico di sollecitare
le istituzioni a fare azioni concrete nel vero spirito di servire il paese.
E' ammissibile, in un momento congiunturale di crisi, che gruppi internazionali in
forte attivo curino gli interessi dei loro azionisti sulla pelle di lavoratori ed
elettori italiani? E' possibile pensare a politiche di sostegno a tempo per l'avvio
di nuove iniziative imprenditoriali che possano rilevare attività in dismissione,
pur se sane economicamente? Le famiglie di Ceccano potranno sentire la solidarietà
concreta della Camera, vedendola impegnata al fianco della loro Regione, senza dover
pagare anche il prezzo di inutili rivalità politiche?
Grazie per quanto vorrà e potrà fare
Edoardo Capulli (LEXCIVILIS)
Commento inviato Blog di Beppe Grillo
RispondiEliminaCommento al post: "Ma cos'è questa crisi..." del 6 marzo 2009
(http://www.beppegrillo.it/2009/03/ma_cose_questa.html)
La crisi è reale. Non tutti però possono capirlo direttamente. I dipendenti pubblici e chi lavora ad esempio nel terziario rivolto alla pubblica amministrazione, non possono. E' sopratutto industriale e legata ai settori collegati. L'effetto però può essere più ampio del dovuto. Molte aziende, pur facendo grandi utili, potrebbero approfittarne per chiudere stabilimenti in Italia e delocalizzare
verso i nuovi mercati emergenti dell'EST.
Per capire cosa vivono i lavoratori colpiti, basta fermarsi ad uno degli ormai numerosi picchetti davanti alle fabbriche che licenziano. Io l'ho fatto con gli amici della Carlsberg di Ceccano.
Leggete il pezzo sul mio blog e fatevi una vostra opinione.
Commendo al Blog di Antonio Di Pietro
RispondiElimina"Inadeguato a gestire la crisi..."
(http://www.antoniodipietro.com/2009/03/inadeguato_a_gestire_la_crisi.html)
E' importante parlare con la gente per capire quali problemi viva in prima persona. Troppo spesso il Palazzo è lontano. Lei, onorevole Di Pietro, è andato ai cancelli delle fabbriche. Ce n'è una piccola, subito fuori Frosinone dove 70 dipendenti della Carlsberg, sono sulla strada per la chiusura della fabbrica di birra. Crisi o perdite insostenibili dell'attività produttiva? No, se si pensa ad un utile di oltre 400.000 mln di Euro nel 2008 del Gruppo. Solo riorganizzazione. Tutto lecito se non fosse che in questo periodo di crisi è strano provilegiare gli azionisti rispetto agli operai. Che ne pensa? Io sono stato ai cancelli di quella fabbrica ed ho scritto sulla loro situazione (Blog LEXCIVILIS "La Carlsberg di Ceccano e gli operai che non servono più"). Ci fa un salto anche lei? EC