mercoledì 11 marzo 2009

La Carlsberg di Ceccano e gli operai che “non servono” più

In questa crisi economica che tiene in ostaggio l’economia e la società italiana, ci sono aspetti di difficile comprensione. Chi non vede a rischio il suo posto di lavoro, o non deve fare i conti con le maggiori difficoltà finanziarie del mandare avanti un’impresa, lo sa. I lavoratori dei settori che vanno bene, i dipendenti pubblici, i pensionati non al minimo, possono solamente farsi un’opinione della crisi dai mezzi di informazione. Da un lato il Presidente del Consiglio parla di una situazione più pesante che tragica ed incita all’ottimismo. Dall’altro il suo ministro dell’economia, uno dei pochi che aveva previsto tempi e modi di questa crisi, dice che il Governo non lascerà indietro nessuno. Dall'opposizione e dai sindacati mancano proposte che sappiano convincere gli economisti.
La crisi la si vede bene quando ci si ferma davanti ai cancelli di una fabbrica che sta per chiudere e si decide di parlare con gli operai. Lì c’è la certezza di una cassa integrazione lunga molti mesi e di una fumosa mobilità. Ad unire operai ed impiegati, la speranza che la loro situazione di risolva nell’unico modo in cui questi cittadini sono portati a sperare: riprendere la produzione come prima fermamente intenzionati a recuperare la dignità di lavoratori e non di assistiti.

La storia raccontata degli Operai
Mi sono fermato a parlare con i settanta dipendenti dello stabilimento Carlsberg di Ceccano, vicino a Frosinone, ed ho ascoltato quanto avevano da dire. Ho studiato poi la loro situazione, cercando informazioni su internet. Ecco quanto emerso.
A marzo 2006 la Carlsberg annunciava ai lavoratori riuniti in assemblea di voler abbandonare lo stabilimento. Si trattava di vendere e non semplicemente dismettere il sito produttivo. Il nuovo acquirente avrebbe avuto sempre bisogno di forza lavoro. La decisione di ritirarsi non dipendeva da un’inefficienza della fabbrica. Lo stabilimento ed i suoi operai avevano più volte, negli ultimi anni, ben figurato nelle classifiche di qualità e produttività del gruppo Carlsberg in Europa. L’utilità era quella di accorpare la produzione nel principale sito produttivo italiano, a Varese.
Da li si sono susseguite una serie di infruttuose trattative con potenziali acquirenti. Si sarebbe sentito parlare dell’interesse di marchi di birra concorrenti, poi di imprenditori di zone vicine. A far nutrire più speranze, i contatti con il gruppo Tarricone di Potenza, produttore della “Drive Beer” e della Birra Morena. Nel febbraio 2008 tuttavia la Carlsberg informava i dipendenti che, non essendo riuscita a vendere lo stabilimento, doveva pur fermarlo e mettere in cassa integrazione gli operai. Al lavoro rimanevano i custodi, qualche amministrativo e poche persone dedicate alla logistica. Il sito continuava la sua attività di hub distributivo della birra prodotta al nord. Subito dopo anche la possibilità che un gruppo di imprenditori del frusinate, potessero interessarsi all’affare. Di affare si potrebbe ben parlare, dato che gli impianti ed il sito sarebbero in vendita per circa sei milioni e mezzo di Euro e che la capacità produttiva si attesta intorno ai cinquecentomila ettolitri l’anno di ottima birra.
Alla fine, nel 2009 il dubbio che l’intenzione di vendere fosse un pretesto per calmierare le proteste, ha fatto decidere per un’azione di protesta più marcata. Nel silenzio di questi anni, il disinteresse fattivo delle istituzioni e di chi doveva rappresentarli, ha giocato contro i dipendenti. Oggi sono loro stessi in prima persona a gridare per farsi vedere. Il picchetto che da giorni staziona ai cancelli della fabbrica è composto da uomini miti ma determinati. Uniti dalla speranza che facendo rumore la cosa si sblocchi.
Mi ha colpito che gli uomini al picchetto non avessero dati, materiale informativo o notizie chiare di alcuna trattativa di vendita dello stabilimento. La loro fiducia li ha portati a credere a tutto. Ma, visti i risultati, anche senza dover pensare alla malafede, non mi sentirei in imbarazzo a parlare di una palese inefficacia di chi fino ad ora ha curato i loro interessi.
Ancora un volta i cittadini del terzo millennio devono cimentarsi da soli per far rispettare i loro diritti. Nessuna istituzione civile o privata è riuscita a far valere anche sono gli articoli uno e tre della nostra tanto inapplicata Costituzione.

Art. 1.
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
Art. 3.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese

La Politica
Nel 2008 l’assessora al Lavoro della Regione Lazio, Alessandra Tibaldi, ha portato la questione all’attenzione del tavolo interassessorile regionale per le emergenze occupazionali. Questo è uno strumento creato in virtù della Legge Regionale n°38 del 1998, e da gennaio 2009 si riunisce settimanalmente. Si occupa di trovare soluzioni di breve e lungo periodo per i problemi del lavoro. La veloce applicazione della cassa integrazione ne sarebbe un esempio. Tuttavia nel portale della Regione Lazio ed in quello dell’assessorato, a parte le dichiarazioni dei politici, non si trova nulla. Sul caso di Ceccano in particolare si trovano solo due espressioni di fiducia e di solidarietà dell’assessora, una del 28/06/2008 ed una del 10/02/2009. Entrambe immancabilmente riprese dai quotidiani, a riprova dell’efficienza almeno dell’ufficio stampa. Che peccato che non compaiano i verbali o magari anche solo gli ordini del giorno degli incontri del tavolo.
Anche in altre occasioni in cui i politici fanno capolino nella vicenda, si sente parlare di grande fiducia. Ad esempio “Il Tempo” titola “Carlsberg, l’ora della speranza” quando il candidato PDL alla provincia di Frosinone, Antonella Iannarilli, dichiara di voler interessare il presidente degli industriali della Regione Maurizio Stirpe, presidente del Frosinone Calcio.
Insomma tante parole e promesse ma pochi elementi concreti che dimostrino un vero lavoro per risolvere la questione. Non si vede traccia di un impegno, ossia di una serie di azioni annunciate, per le quali siano chiare a tutti le date, gli obiettivi posti e siano resi noti i risultati. Si vedono invece uffici stampa molto efficienti nel dare risonanza alle visite dei politici sul posto. Spero davvero che si tratti solo di cattiva informazione. Voglio pensare che dietro il silenzio di facciata ci sia un febbrile lavoro delle istituzioni. Per rispetto agli operai che patiscono il freddo ai cancelli della loro fabbrica, vorrei però che ci fosse più trasparenza.

Le strategie in campo
Parlando con alcuni operai del picchetto emerge che la loro unica idea è ancora quella di convincere la Carlsberg a vendere lo stabilimento. Pensano a riprendere il lavoro, appena finito il periodo della crisi. Sindacati e politici vanno dietro a quest’idea. Ma dove sta la prova che la Carlsberg vuole davvero vendere? Il dubbio che dietro gli insuccessi delle trattative fatte fino ad oggi, possa nascondersi la difficoltà a cedere a concorrenti, nasce facilmente. Inoltre è chiaro che non basta fare un ottimo prodotto per poterlo vendere. Serve una rete di vendita già sviluppata ed una grande capacità distributiva. La Carlsberg, quarto gruppo di Birra nel mondo, ritiene che mantenere l’area di Ceccano sia meno conveniente che accorpare le sue attività in Italia a Varese. Nessuno ha dimostrato che potrebbe essere vantaggioso per altri, fare diversamente.
Forse la cosa sarebbe possibile se il sostegno della Regione e degli enti locali interessati fosse più concreto. Si potrebbe parlare di un sostegno al credito, od alle perdite iniziali, di una nuova iniziativa imprenditoriale che volesse riattivare la fabbrica. Se il Governo aiuta le banche, possono la Regione, la Provincia o lo stesso comune di Ceccano, aiutare le attività locali in crisi?
Nel frattempo gli operai restano ad aspettare, fiduciosi e sempre più infuriati. Nessuno parla con loro di soluzioni alternative. Nessuno si attiva per proporre azioni di formazione per potersi eventualmente ricollocare in altri settori. La politica e le istituzioni si occupano “paternalisticamente” di loro. Si fanno valere le conoscenze e l’influenza, ma si evitano analisi realistiche e forse non si dicono le cose come stanno. Se la fabbrica alla fine chiudesse davvero, bisogna pensare al futuro dei suoi dipendenti, rafforzandone fin da ora la possibilità di un reinserimento lavorativo.

La triste realtà
La Carlsberg è un gruppo mondiale, uno dei maggiori, per la birra, in Europa. Efficienza e ricerca dell’utile a tutti i costi, sono il suo credo. Nel 2008 ha realizzato un utile di 430milioni di Euro, in crescita di ben 81milioni di Euro rispetto al 2007. Tanto per essere chiari, già a pagina sei dell’Annual Report 2008 del gruppo, il CEO Jorgen Buhl Rasmussen dice che “In Italy, production has been concentrated at the Varese brewery north of Milan, and production has ceased at Ceccano.” (“In Italia, la produzione è stata concentrata alla birreria di Varese a nord di Milano, ed è stata cessata a Ceccano”). Quella in questione è solo una delle molte chiusure e riorganizzazioni logistiche operate in Europa, al fine di raggiungere una maggiore competitività ed efficienza. La cosa è quindi fatta, senza ritorno. Forse la nomina a fine 2008 di un italiano, Alberto Frausin, a CEO della Carlsberg Italia dopo il polacco Boguslaw Bartczak, era anche funzionale ad affrontare meglio una vertenza sindacale nel Bel Paese. A dire il vero non sembra proprio che la Carsberg sembri preoccupata delle proteste che salgono da Ceccano.
Il dodici marzo 2009 alle 14:30 è stata fissata addirittura l’assemblea degli azionisti a Frederiksberg, in Danimarca. Al punto terzo dell’ordine del giorno campeggia la distribuzione degli utili e dei dividendi.
In pratica la dismissione dello stabilimento di Ceccano, insieme ad altre, non servirebbe ad evitare perdite, ma a mantenere in crescita gli utili. Per la Carlsberg è più importante non scontentare gli azionisti, che togliere la speranza a settanta famiglie. Sembra proprio difficile vedere la chiusura in funzione semplicemente della crisi economica. E’ più facile leggervi una fredda strategia volta forse ad approfittare di questa, per massimizzare gli utili.

Considerazioni finali
Sono queste le imprese? Aziende slegate da qualsiasi dovere? I diritti ed i doveri sono previsti solo per le persone. Le aziende possono fare quello che vogliono. A legarle, quando sia il caso, vaghi codici etici o fumose carte dei valori, come quella di Confindustria. Ma è giusto che si licenzino operai quando ci sono utili così alti? Il Governo italiano non dovrebbe dire qualche cosa a questi signori del Nord che fanno e disfano come vogliono, a casa nostra?
Nessuno ha consigliato gli operai, di comprare le azioni della Carlsberg ed andare all’assemblea degli azionisti a parlare del loro problema. Come azionisti potevano magari proporre di cambiare lo slogan della casa noto in tutto il modo: “Carlsberg, Probably the best beer in the world”, in qualche cosa di più adeguato alla loro situazione.
La soluzione, a questo punto, potrebbe stare nell'estrema semplicità del ragionamento dei lavoratori di Ceccano. Ci sono elementi di alto interesse pubblico da porre con urgenza all’attenzione delle massime cariche civili e morali italiane ed europee. Ad un’impresa che fa alti utili non deve essere permesso di giocare sulla pelle della gente, in un momento di crisi globale. Non se ha costruito la sua ricchezza grazie alla possibilità di operare in un ambito di diritto che ne ha garantito la crescita.
LEXCIVILIS, ossia per il momento io solo, Edoardo Capulli, contatterò tutti i soggetti che dovrebbero rappresentare i diritti dei cittadini. Lo devo fare per gli amici di Ceccano e per tutti i loro colleghi di sventura. Se devono valere i diritti degli azionisti della Carlsberg e di tante altre aziende, cosa dire di quelli degli azionisti dello Stato Italiano e dell’Europa, ossia dei cittadini?
Un’ultima considerazione, per chi legge il blog. Per un operaio che normalmente guadagna poco, ed essendo in cassa integrazione, si avvia alla ricerca di un nuovo lavoro, accedere ad Internet è molto difficile. La principale fonte odierna di informazione e di partecipazione democratica, è di fatto negata a questi cittadini. Che dire di obbligare i gestori della rete ad assicurare l’ADSL gratuita per almeno tre ore serali al giorno a tutti? Sarebbe tanto grave se i signori delle nostre comunicazioni dovessero limare un poco i loro dividendi? Provate ad utilizzare Internet, Facebook, Youtube ed altri trastulli del genere anche per proporre ed ottenere cose utili come questa.
Coraggio concittadini di Ceccano!



audiopost LEXCIVILIS

domenica 8 marzo 2009

Lettera degli operai della Carlsberg di Ceccano all'assessore regionale

Ceccano 8 marzo 2009

Dott.ssa Tibaldi,

Con la presente, le maestranze della Carlsberg Italia di Ceccano (Fr) vogliono ringraziarla per l’impegno fin qui profuso alla nostra causa di disagio che proviamo non solo per il rischio (sempre più concreto) della perdita del lavoro, ma per la dignità di cui ci sentiamo defraudati come uomini, madri e padri.

Le istituzioni sembrano aver compreso che questa situazione della Carlsberg di Ceccano ha poco a che fare con una crisi di così grande proporzione, bensì trattasi di una sensibile mancanza di lungimiranza del gruppo Carlsberg. Infatti il nostro sito altamente qualificato ha contribuito alla forte immagine “Carlsberg”, producendo un prodotto riconosciuto a livello europeo dalla Carlsberg Italia stessa. Negli ultimi cinque anni infatti, le accise sulla birra sono aumentate di circa il 60%, causando ai produttori italiani una riduzione dei propri margini di guadagno e consentendo così l’ingresso di prodotti stranieri a prezzi altamente concorrenziali. Le chiediamo accoratamente di farci da portavoce affinché le richieste fatte ai vari esponenti politici, ci conducano ad un tavolo ministeriale, che affronti non solo il problema degli ammortizzatori sociali più efficaci e straordinari come questa crisi richiede, ma di trovare una soluzione industriale che ci consenta di recuperare la nostra dignità. Ciò potrebbe favorire un eventuale vendita concedendo a chi ne fosse interessato di vedersi sgravare di alcuni oneri fiscali, inserendo Ceccano nella “zona franca” essendo Ceccano stessa polo industriale di Frosinone. Tale richiesta vorremmo la rammendasse al presidente Marrazzo al quale l’abbiamo già presentata, in occasione della sua venuta a Ceccano nei giorni scorsi. Certi del suo personale interessamento le rinnoviamo la nostra stima e gratitudine anche per essere qui oggi.

I dipendenti Carlsberg di Ceccano

8 Marzo, una festa di Giustizia

Le donne ancora oggi faticano più degli uomini a trovare lavoro. Laddove ci riescono, guadagnano mediamente meno dei loro colleghi maschi e la loro carriera è più corta. Nel mondo politico la loro rappresentatività è numericamente troppo esigua. Nei periodi di crisi, inoltre, le donne che lavorano sono anche velatamente accusate di togliere il lavoro agli uomini. Si sentono consigliare dai loro politici di fare un buon matrimonio. Questo in Italia. Altrove in Europa ed in America le cose vanno meglio, anche sotto l'aspetto del rispetto della pari dignità e dei pari diritti. Fuori dall'occidente, la situazione è spesso poco piacevole per loro. Libertà e diritti sono conquiste ancora da raggiungere in molte parti del mondo.
Non è solo una questione di Genere ma di Giustizia, che colpisce chiunque crede nella Civiltà. Io, maschio, mi senso ferito nel vedere che nel 2008 non esiste una vera parità, e che la spinta morale a raggiungerla sembra indebolita. Stiamo lentamente rinunciando a questioni di principio e di equità. Stiamo abdicando al nostro senso civile per evitare tutte le battaglie sociali e chiuderci nei nostri problemi particolari.
Oggi, 8 marzo, voglio rendere omaggio alle più ferite tra le donne che vivono in Italia: le giovani schiave del sesso, trastullo per una moltitudine di pervertiti, che altre volte ho chiamato "puttanieri". Nel giorno della festa che ricorda la violenta carica della polizia di New York contro le operaie di una fabbrica, l'otto marzo 1857, è uscito un pensiero postumo di un Uomo giusto. Un amico, Don Giuseppe, che per tutta la sua lunga vita ha avuto la forza di predicare bene e vivere ancora meglio, è morto. Da decenni scriveva una riflessione domenicale nel suo foglio parrocchiale. Gli ultimi scritti li aveva preparati prima di morire. Dobbiamo imparare tutti ad avere veramente fame e sete di giustizia. La fonte di tale ispirazione per Don Giuseppe era Gesù. Per tanti altri può essere diversa. Ciascuno di noi però, deve assicurarsi di averla, una sua fonte.

"Parlare di giustizia da parte di Gesù è cosa molto significativa e parlarne con i termini che lui ha usato (fame e sete) ci fa veramente pensare. Intanto cominciano col riflettere sul significato di giustizia: è la dote che fa dare a ciascuno ciò che gli appartiene.
Come [Gesù] mai parla di fame e sete? Certamente perché la fame e la sete sono segni della nostra vitalità. Se uno non mangia e non beve, in brevissimo tempo cessa di vivere. la frase di Gesù "fame e sete della giustizia" ci fa capire benissimo il valore di quelle virtù, mancando le quali (come chi ha fame di pane e sete d'acqua, se ne viene privato è condannato a morire) non è possibile vivere la nostra vita spirituale.
Oggi si parla moltissimo di giustizia dai più diversi pulpiti, ma non so poi quanti la pratichino. Ci sono tante persone che parrebbero buone, giuste e pulite; invece prendono operai a nero, sottopagano chi lavora, abusano di certe circostanze per soddisfare le loro voglie malsane. È giustizia questa? Succede pure che qualcuno, proprio perché si sbaglia, froda lo stato nel pagare i tributi: è ancora giustizia questa? Non vorrei dirlo, perché è una vergogna, ma capita e non raramente, che delle persone che godono addirittura la stima della gente, con certe strane motivazioni, note soltanto a loro, abusino sessualmente di povere creature malcapitate, a cui tolgono dignità e serenità anche se ... le pagano. È ancora questa giustizia? Non commento, non mi pongo domande ma mi limito solo ad esporre alcuni fatti, come indicato qui sopra. Don Giuseppe Mancini [da dove ora è]"

giovedì 5 marzo 2009

Il massimo profitto di pochi...

La ricerca del massimo profitto per pochi, a volte getta nella disperazione i molti. Nel crudele ma necessario gioco di un'economia limitata unicamente dal mercato, si può forse accettare che di fronte alla prova di perdite imminenti, si possa chiudere un'attività. Gli operai e le loro famiglie, pur trovandosi sulla strada, lo capirebbero.
Ma se a far chiudere un'azienda produttiva, c'è solamente la previsione di una contrazione degli utili, allora le cose cambiano. Qui il gioco diventa serio e crudele. Le persone che vengono licenziate sono cittadini. Sono l'ossatura di quello Stato di diritto che garantisce alla stessa azienda di poter operare in un ambito di garanzie. Sono gli azionisti dello Stato.
Può quindi la sola ricerca del massimo profitto, comportare la rovina per tante famiglie? E' giusto che lo Stato non preveda vie di uscita che garantiscano a sua volta i suoi cittadini-azionisti? E' una possibilità compatibile, ad esempio, con il Codice etico o con la Carta dei valori di Confindustria?
Mi chiedo queste cose mentre osservo quanto accade in molti siti produttivi italiani. Viaggiando in macchina, vedo continuamente picchetti di operati davanti ai cancelli delle fabbriche. Chi si fermasse qualche minuto a parlare con loro, potrebbe sentire le loro ragioni. Scoprirebbe che sono persone miti, rassegnate e preoccupate per la loro vita. Accanto a loro qualche telecamera puntata sul politico di turno. Per loro nessun aiuto concreto e risolutivo. Non dobbiamo delegare del tutto la solidarietà allo Stato. Facciamolo pure per quella economica, chiamata Cassa integrazione o Mobilità. Ma quella morale ed umana deve passare attraverso ogni singolo cittadino.
Vorrei dire a tutti di fermarsi almeno una volta presso questi picchetti e parlare con i loro concittadini operai. E' un bel gesto che domani qualcuno potrebbe vedersi restituito. Sono anche convinto che se tutte o quasi le persone si fermassero davanti ad un picchetto, l'attenzione delle istituzioni e delle stesse aziende sarebbe ben diversa. La solidarietà vera, quella dell'Uomo verso l'Uomo, è una forza che muove le montagne.
Io lo sto facendo con gli operai della Carlsberg di Ceccano, vicino a Frosinone. Settanta famiglie attendono a settembre la chiusura definitiva della fabbrica di birra. Sto studiando, preparandomi a scrivere ed a fare qualche cosa per loro. Così facendo aiuto anche me. Spero di diventare infatti una persona ed un cittadino migliore: scusate se è poco. Coraggio amici della Carlsberg!
Edoardo Capulli

giovedì 19 febbraio 2009

I nodi vengono al pettine

I nodi vengono al pettine e, se si tira, qualche capello si strappa. Quanto accaduto in questi giorni nel sedicente partito Democratico è cosa tragica ma salutare. Un vero gentiluomo, Veltroni, ha voluto pagare in prima persona un conto che a dire il vero andrebbe presentato ad altri. I baroni del centro sinistra si sono sempre sentiti stretti in un partito che voleva imitare la snellezza e quell'imbarazzante contatto con i cittadini tipico dell'omonimo partito americano. Molti hanno temuto che dalla base potessero nascere quei pericolosi rimescolamenti con la società civile che forse lo stesso Veltroni auspicava. Che fine farebbero, in un partito che permettesse alle forze nuove di emergere, oligarchi come D'Alema, Rutelli, ed altri soggetti che hanno fatto della politica la loro unica ragione di vita, e che varcata la soglia della mezza età non possono vantare alcun risultato veramente utile per i propri concittadini?
Questi potenti, di cui i due soggetti citati sono solo gli elementi più illustri, debbono per forza stroncare certe tendenze sul nascere, per imporre la loro esperta mediazione nell'uso degli strumenti della politica.
Ho sempre ritenuto Veltroni un ottimo segretario per il nascente partito democratico italiano, ma anche un candidato premier del tutto inadeguato. Se da un lato incarna molto bene il sogno di quanti vedono in quello americano un modello a cui ispirarsi, dall'altro è una persona troppo legata al lungo gioco di alleanze e compromessi che hanno caratterizzato la politica italiana. Infatti Veltroni ha sempre vissuto all'interno dello sviluppo del suo partito, di cui è da troppi anni un punto di riferimento alternativo allo strapotere di D'Alema. I pur prestigiosi incarichi di direttore dell'Unità, di vicepresidente del primo governo Prodi e di sindaco di Roma gli vengono in gran parte dall'essere uomo di partito ed abile tessitore di alleanze. Non ha mai dato prova di doversi misurare nel mondo reale in termini di competitività e di competenza. Dietro di lui, come pure degli altri oligarchi dei partiti italiani, correnti, mutui sostegni, e nessuna dimostrazione pratica del sapersi mettere in gioco in un confronto leale con la società civile. In un paese da sempre molto ideologizzato, in cui l'appartenenza politica è vissuta quasi con la stessa razionalità con cui si tifa per la squadra del cuore, queste prove non servono. Sono richieste solo ai politici dei paesi politicamenti più maturi, come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna.Tuttavia Veltroni, credendo veramente nell'idea di questo ultimo progetto politico, doveva lottare per gettare le basi di un profondo e reale rimescolamento del partito con la società civile. Doveva opporsi al semplice trasloco delle gerarchie dai vecchi partiti, rifiutarsi di organizzare primarie farsa e lavorare all'unico vero progetto realizzabile: la creazione di Partito Democratico di nome e di fatto. Invece ha semplicemente accettato di fare da regista ad un'operazione di trasformismo politico con cui i suoi più vecchi rivali lo hanno portato ad entusiasmare milioni di italiani, abbagliati da qualche sprazzo di novità, seminato ad arte.
Non si è dimesso per aver perso le elezioni sarde, né perché si avviava a perdere quelle europee; neanche per la questione morale che lo aveva pericolosamente sfiorato a dicembre con l'affare Romeo. Ha gettato la spugna perché solo oggi si è accorto di essere stato abilmente messo nel sacco dai suoi gattopardeschi compagni di merende. -Occorre che cambi tutto, perché non cambi niente-, diceva Tommasi di Lampedusa. Questo giochino lo hanno capito bene alcuni dei -principali esponenti della coalizione a lui vicina-, per dirla con lo stile del mite Walter. Dal PCI al PDS, dalla DC ai Verdi, passando per i DS e la Margherita per approdare al PD. Una splendida avventura, ed un fiorire di novità, tutte solamente nei nomi dei partiti, mai realmente nelle persone o nelle idee. Walter si è accorto solo ora che un partito che ha una Direzione Nazionale di 140 persone, un'Assemblea costituente di 2.853 persone, forse non tutte scelte troppo lontane dalle vecchie sezioni dei DS e della Margherita, uno statuto con 52 articoli e ben 214 commi, sembra fatto apposta per affossare qualsiasi spirito veramente democratico.Oggi posso dire che doveva restare. Doveva imporre una coraggiosa riscrittura delle regole di vita e di democrazia del partito. Doveva dare la possibilità agli italiani che lo vogliano, di contagiare il suo partito e di riformarlo fin dalle fondamenta. E' allucinante che oggi si parli di candidati alla segreteria come Bersani, Fassino, Finocchiaro, in politica da sempre. Nessuno pensa più ad una gestione che miri a selezionare una classe dirigente completamente nuova partendo direttamente dalla società civile, per arrivare pronti e rinnovati alle prossime politiche.

sabato 7 febbraio 2009

LEXCIVILIS ANNO ZERO - il libro

Oggi esce il libro LEXCIVILIS ANNO ZERO. Si tratta della raccolta, riveduta ed adattata al nuovo formato, degli scritti da settembre 2007 fino a novembre 2008. Gli argomenti sono molti, raccolti in cinquantotto articoli. Le figure politiche, storiche ed istituzionali trattate od anche solo citate sono ben centoventiquattro, raccolte nelle centoottanta pagine del testo.



Per fare questo ho deciso di aprire una linea editoriale LEXCIVILIS, regolarmente registrata all'ISBN. Spero che questo primo libro, come pure il blog, possano risultare interessanti non certo per come sono scritti, ma soprattutto per le idee e le analisi che cercano di far circolare. Non sono strumenti di ricerca di consensi, ma tentativi di rimettere in moto quel po di ottimismo e di fiducia nel progredire della civiltà in Italia. L'Italia ha bisogno oggi più che mai, del contributo utile dei suoi cittadini. Lo spirito pratico, conciliante, ma sorretto da forti valori, che anima la gente comune, deve farsi protagonista riportando al giusto livello il peso della politica in questo paese. Democrazia, nel suo significato più antico, vuol dire governo espresso nei canoni di libertà, giustizia ed uguaglianza. Nessun gruppo sociale deve prevalere, oltre i naturali rapporti numerici di uguaglianza, sugli altri. Solo dalla riscoperta dell'impegno civile di tutti, può venire l'alba di una nuova era di vera e compiuta democrazia.

PER ACQUISTARE IL LIBRO SU INTERNET:
contatta la LIBRERIA CALLIOPE DI POGGIO MIRTETO (RI)
scrivi direttamente all'autore a LEXCIVILIS@GMAIL.COM

N.B. Si può acquistare il libro al suo prezzo di € 9,00, oltre le spese di spedizione (posta prioritaria - circa € 2,00). La vendita non è realizzata a scopo di lucro, il prezzo copre il costo di produzione.

martedì 20 gennaio 2009

La morte di Luigi Preti

E' morto un grande italiano. Un uomo che ha creduto e combattuto per la democrazia. Giovane antifascista, membro della Costituente, varie volte ministro. Fu tra i fondatori del Partito Socialdemocratico Italiano.

Quando ero ragazzo le pagine di un suo bellissimo libro, Giovinezza Giovinezza, mi aprirono gli occhi alle responsabilità che anche i giovani devono assumersi in politica. Si tratta di un testo sempre attuale. In un presente in cui alcuni nostri giovani, annoiati, non trovano di meglio che darsi al bullismo, la lettura di questo romanzo potrebbe essere salvifica. Grazie a Luigi Preti, buon riposo.

sabato 17 gennaio 2009

LEXCIVILIS ANNO ZERO

Dopo più di un anno di vita del blog, sento la necessità di riordinare il materiale migliore e pubblicarlo in un libro. I primi di febbraio sarà disponibile al prezzo di copertina di € 9,00 che mi permette di venderlo in qualche libreria amica, senza rimetterci troppo. Non è quindi a scopo di lucro, ma per fissare i miei pensieri sulla carta in maniera definitiva. L'impegno civile matura anche attraverso strumenti come i libri. Per chi fosse interessato, ci sarà presto un box a lato, con le istruzioni per ricevere le copie di LEXCIVILIS ANNO ZERO. Per il momento si può scrivere una email all'indirizzo lexcivilis@gmail.com , dichiarando il proprio interesse a riservarsene una copia. Il libro sarà dotato di codice ISBN proprio. 

Ecco qui sotto lo spot su Youtube, che prende a spunto la vicenda della pubblicità atea sui bus di Genova:


Ecco invece di seguito il testo della quarta di copertina del libro:

Nella nostra Italia di oggi, i valori della carta costituzionale rimangono chiusi tra le pagine dei libri. Dobbiamo riflettere su un concetto di servizio e di legge, che possano meritarsi l'aggettivo civile, per il particolare valore dimostrato in termini di rispetto dei diritti privati e sociali dei cittadini. Ripercorriamo insieme il periodo da settembre 2007 fino ad oggi, per guardare con gli occhi di un cittadino del ceto medio, la triste realtà alla quale ci siamo purtroppo assuefatti. Leggi incomprensibili nei contenuti e nell’esposizione, blocco totale di qualsiasi vera innovazione nella politica e nella società. Il popolo che ha partorito il Diritto Romano ed il Rinascimento, è oggi colpevolmente succube di una classe politica scontrosa ed inefficiente, e della sua dipendenza storica dai recinti delle corporazioni. Solo dalla riscoperta dell’impegno civile di tutti, può venire l’alba di una nuova era di vera e compiuta democrazia.

domenica 11 gennaio 2009

La politica in televisione, spot o fatti?

Nelle teche RAI[1] ho potuto rivedere un discorso di Alcide De Gasperi. Mi ha colpito per quanto era bello, profondo e comprensibile. Non credo di mancare di rispetto a nessuno, se dico che da allora, non abbiamo avuto più modo di ascoltare interventi politici altrettanto belli. Quello che De Gasperi comunicava con le sue parole e con la sua vita, è stato un esempio mai più raggiunto nei tempi successivi. La differenza con chi si occupa di politica oggi, è molto marcata. De Gasperi era un vero statista, un uomo di grande cultura e preparazione, un patriota, un vero servitore dello Stato. Oggi penso che di uomini e donne come lui ve ne siano molti in Italia. Nessuno di essi, probabilmente si occupa con successo di politica. Mentre il filmato del 1946 scorreva, rimanevo incantato ad ascoltare l’allora Primo Ministro parlare con quel tono vagamente enfatico che si usava allora. Mi hanno rapito il contenuto, la forza, e la coerenza che c’erano dietro alle sue parole.
Oggi purtroppo sopporto a stento gli interventi dei nostri politici, immancabilmente riportati dai telegiornali. Ho sempre l’impressione che la parte più in risalto dei notiziari televisivi, sia proprio la politica. Se non accade qualche cosa di importante, i telegiornali si aprono con una successione degli interventi dei politici. Tutti, a turno, devono fare la loro comparsa. Non serve neppure che ci sia una polemica in corso. L’occasione può essere un’inaugurazione, un convegno, una presentazione. Comunque sia, il parere dei nostri parlamentari ci giunge ogni mattina, pomeriggio e soprattutto sera, senza risparmiare praticamente nessuna edizione. Telegiornali e trasmissioni di informazione ed intrattenimento, sono un palcoscenico molto ambito da chi vuole apparire. I direttori ed i loro giornalisti evidentemente non sono in condizione di rifiutare tanta generosa partecipazione.
Trasmissioni come Omnibus, su La7, od il caffè di Corradino Mineo, di RaiNews24, trasmesso la mattina su Rai3, hanno una decisa prevalenza tra gli ospiti, proprio di politici. Parlo non a caso di due trasmissioni che mi piaccio molto, ed a cui non saprei fare alcuna critica. Nel caso della seconda, l’emittente elenca le diverse puntate su internet, ricordando anche il nome degli ospiti. Mi sembra un bell’esempio di trasparenza e di chiarezza, che molte altre trasmissioni dovrebbero imitare. Per questo motivo, sono riuscito a fare una ricostruzione su ben sessantaquattro puntate, trasmesse dal primo luglio al diciassette ottobre 2008. Per ciascuna puntata ho trovato gli ospiti, rintracciandone l’origine, politica o meno. Quindi ho fatto una tabella, riassunta nel grafico che potete vedere qui sotto.

Come si vede, la presenza di ospiti non politici, come potrebbero essere giornalisti, esperti tecnici, personaggi della cultura o della scienza, rappresenta solo il ventotto per cento del numero degli ospiti. Pur riconoscendo che il direttore Mineo è davvero un intelligente ed equilibrato moderatore, e che probabilmente la politica sia l’argomento principe della trasmissione, il settantadue per cento di presenza di politici sembra veramente tanto. Se si parla di politica, forse ci si scorda che i soggetti non sono solo i rappresentanti dei partiti, ma anche i cittadini amministrati, le associazioni e le categorie per cui si fanno le leggi, gli esperti dei settori di cui si interessa la politica, gli storici, gli analisti. Dare spazio a questo tipo di persone renderebbe più profonda la riflessione sui contenuti della politica, portando la gente a ragionare sui fatti esposti.

Spesso però anche i telegiornali diventano, su questo fronte, una raccolta di diversi pareri, senza che vi sia una buona razione di fatti. A fronte di un evento politico, ci si aspetterebbe un’ampia ed imparziale rappresentazione degli avvenimenti, alla quale far seguire al massimo i pareri degli interessati. Mancando la prima parte, le cose che accadono ci vengono direttamente presentate dalle dichiarazioni dei politici. Il giudizio degli spettatori si basa quindi sull’adesione quasi sempre scontata alla versione fornita dai rappresentanti la propria fede politica. I giornalisti non si sbilanciano, e nel contempo guadagnano la gratitudine dei rappresentanti dei partiti. Oltre che nei notiziari, la presenza dei politici è alta soprattutto nelle trasmissioni di approfondimento. Ve ne sono alcune fortemente incentrate sulla politica, come Matrix, Porta a Porta, Ballarò, Annozero, Omnibus, L’Infedele, Otto e mezzo. Oltre a queste, altre trasmissioni di intrattenimento usano con successo le apparizioni in video dei politici per fare ascolti, come Striscia la Notizia o Le Iene.
Restando ai notiziari televisivi, si può cercare di calcolare la presenza della politica e dei politici. Per questo ci si può avvalere dei dati che la AGICOM (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), dovrebbe raccogliere per assolvere ai suoi compiti di controllo del pluralismo sociale, politico, ed economico, nel settore della radiotelevisione. Questi dati sono disponibili, inspiegabilmente, solo fino a settembre 2008. Da allora non c’è stata più nessuna relazione in merito. Ho quindi utilizzato il rapporto “Pluralismo politico in televisione 1–30 settembre 2008”, scaricabile dal sito dell’autorità, evidenziando i tempi di presenza della politica nei telegiornali delle fasce orarie 12-14 e 19-21. I telegiornali in questione sono quelli delle tre reti RAI, delle tre Mediaset e di La7. Le tabelle AGICOM distinguono il tempo di parola del soggetto politico od istituzionale, quello di notizia, e la somma dei due, detta tempo di antenna. Per soggetto politico, si intende chi parla in rappresentanza di partiti o formazioni politiche, mentre per soggetto istituzionale, un rappresentante delle istituzioni, sia pure chiaramente un politico. Un intervento del presidente Fini, ad esempio, è conteggiato nel tempo istituzionale, a meno che non parli a nome del suo partito. Usando le guide tv, ho poi ricavato la durata complessiva dei telegiornali in questione. Questo dato potrebbe essere leggermente sovrastimato.
Il risultato è esposto nella tabella seguente.

Emerge che i rappresentanti dei partiti e delle istituzioni parlano nei principali telegiornali per il 4,8% del tempo, ossia per quasi undici, su duecentoventitre, ore di trasmissione al mese. Complessivamente l’informazione politica che si aggiunge alle parole dei politici, impegna un ulteriore 6,6% del tempo. Oltre l’undici per cento del tempo, della nostra informazione delle fasce di maggior ascolto, è diviso quasi a metà tra l’informazione istituzionale e politica, e le dichiarazioni dei politici.
Invece dei telegiornali principali, si può calcolare la durata complessiva di tutti quanti quelli trasmessi nel mese di settembre 2008. Si ottiene una valore che oscilla tra le cinquecentoottantotto e le cinquecentonovantacinque ore. L’incertezza del dato è legata alla difficoltà di ricostruire tutti gli orari a partire dalle guide tv. Ammettendo di aver fatto un errore pari ad un’ora in più od in meno, per ciascuna giornata ed emittente, la presenza in parola, notizia, o tempo di antenna, dei politici è la seguente:



Parrebbe una percentuale molto piccola. Certamente questi dati sembrano in disaccordo con la percezione di una vera occupazione dei telegiornali da parte dei politici, che accomuna molti italiani. Può esserci più di una spiegazione per questo fenomeno. Ad esempio il fatto che la politica sia quasi sempre il pezzo di apertura dei TG, rende questo tipo di argomento maggiormente evidente. Inoltre il fatto che nelle parti finali di telegiornali si trattano spesso argomenti leggeri e di costume, può far si che molte persone non li seguano fino alla fine. In tal caso il telegiornale visto, sarebbe sensibilmente più corto di quello trasmesso, e la percezione del peso percentuale della parte politica, aumenterebbe. Infine, più per completezza che per convinzione, si può dire che le statistiche siano sbagliate e diano una misura ridotta della presenza dei politici in tv.

Certamente, legandomi idealmente alle considerazioni con cui ho aperto questo capitolo, la bassa qualità degli interventi dei nostri attuali politici, spesso intrisi di polemica e vuoti di contenuti, ce li fa percepire come più pesanti, anche in durata, di quanto non siano in realtà. Il telegiornale, per molti, è una vetrina dove fare uno spot personale, quando arriva il proprio turno. La pubblicità, si sa, stufa e sembra non finire mai. Ma se tornasse a parlare ancora, qualcuno come De Gasperi, il suo discorso ci sembrerebbe sempre troppo breve. Il tempo, come tutto, è relativo.

[1] Le teche RAI sono spezzoni di trasmissioni del passato, disponibili per la visione su internet.

domenica 4 gennaio 2009

Sicurezza stradale al microscopio

Ogni anno cinquemila persone muoiono in Italia a causa degli incidenti stradali, una ogni due ore circa. Questa rappresenta l’1% tra tutte le cause di morte. Una vera carneficina in cui altre trecentomila persone rimangono ferite più o meno in maniera grave. Si tratta di un numero di vittime pressappoco doppio di quello del terremoto dell’Irpinia del 1980. Se si allarga la visuale all’Europa i morti diventano quarantamila ed i feriti oltre un milione e settecentomila. Per questo la Commissione europea si è data l’obiettivo di ridurre della metà, rispetto ai valori del 2001, il numero dei morti per incidenti stradali entro il 2010.
Il problema italiano è impressionate. Nel sito dell’ISTAT si possono trovare le statistiche dettagliate di questo terribile fenomeno. Ciccando sul link seguente si accede alla Relazione sugli incidenti stradali del 2006 dell’ISTAT.

Si scopre così che nel 2006 oltre la metà delle 1.341 morti sui luoghi di lavoro è avvenuta proprio sulle strade, rappresentando il 12,3% delle vittime complessive degli incidenti stradali che, nello stesso anno, sono state 5.669. Volendo raggiungere gli obiettivi posti dalla Comunità europea, bisogna attivare politiche di sicurezza che permettano di abbassare il numero delle vittime della strada ad un valore inferiore alle 3.341 persone. Questo però è praticamente impossibile, secondo l’andamento pur virtuoso della diminuzione dei decessi misurato negli ultimi anni.
La sicurezza stradale è un esempio perfetto di quanto, per affrontare efficacemente la gestione di argomenti complessi, sia importante partire da un’analisi accurata dei dati reali. Generalmente è poco piacevole dover studiare statistiche e dati, leggere materiale informativo ufficiale e cercare di trarre da tutto ciò una strategia risolutiva di un problema. È più facile pontificare sulla base di una nostra personale e ristretta visione dell’argomento. In questo caso potremmo sentirci tutti esperti per aver avuto anche una sola volta un incidente o per averne vissuto uno di un nostro caro, od ancora sull’onda dell’emozione suscitata da una notizia. Magari sappiamo sempre dire la nostra sull’argomento, solo perché ripetiamo quanto sentito da qualcuno che ci è apparso informato e degno di fiducia. Tutto decisamente più facile, veloce e comodo, del dover impiegare un poco del nostro tempo nel farci un’opinione informata sui fatti. L’analisi dei dati sui morti per incidente stradale ci permette però di sperimentare come spesso la visione della realtà contrasti decisamente con una percezione più superficiale del fenomeno. Chi vuole cominciare a pensare con la propria testa, può quindi leggere la seconda parte di questo pezzo e scoprire cose interessanti, pagando il piccolo prezzo di dover affrontare qualche tabella, un po di ragionamenti e molti dati. Forse vale la pena farlo, dato che molti dei nostri affetti e della nostra salute, viaggiano ogni giorno sulle strade. Se non vogliamo faticare almeno un pò, perlomeno non lamentiamoci delle politiche di sicurezza stradale affrettate e semplicistiche di cui prima o poi possiamo cadere vittime. Chi non volesse affaticarsi con la lettura di molti dati, passi direttamente alla parte finale del pezzo, dove può trovare alcune conclusioni.


I dati statistici e le ricerche

Capiamo subito perché non potremo raggiungere l’obiettivo europeo di dimezzare i morti sulle strade dal 2001 al 2010. Vediamo il numero dei morti per incidente stradale presi dai dati ISTAT dal 2001 ad oggi, ai quali sono state aggiunte le previsioni fino al 2010, nell’ipotesi che si confermi la diminuzione media fino a qui realizzata.

Con i ritmi attuali, è praticamente impossibile raggiungere nel 2010 l’obiettivo posto dalla Comunità europea. Per riuscirci bisognerebbe ridurre il numero dei morti, dal 2007 al 2010, di circa milleottocento unità, con una riduzione annua di oltre il 13%, mai realizzata prima. Bisognerebbe attendersi risultati straordinari che imporrebbero di triplicare l’efficacia degli interventi già posti in essere. Per riuscire nell’intento bisogna proporre ed attivare velocemente politiche di sicurezza stradale molto più valide. Serve guardare con grande attenzione le statistiche per scoprire le situazioni maggiormente rilevanti, che dovrebbero quindi essere affrontate per prime. Per questo prendo a spunto i dati ISTAT del 2006, avendo verificato come questi si ripetano sostanzialmente anche nel 2007.

Le prime quattro cause di incidente sono responsabili del 73% delle morti. Lavorare su queste, prima che sulle altre, permetterebbe di aumentare l’efficacia degli interventi necessari a ridurre le morti.

Nelle statistiche per tipo di veicolo, su un totale di ben 218.124 incidenti, al primo posto troviamo le autovetture con il 70% dei casi, seguite dai motocicli con il 12%, dai ciclomotori con il 9% e dagli autocarri con il 6%. Autobus, tram ed alti veicoli causano solo il 4% degli incidenti. Ecco che i veri killer delle strade sembrano essere proprio le autovetture, in misura oltre dieci volte maggiore dei famigerati TIR. Posto che tutte le morti sono importanti, agire principalmente sulla prevenzione degli incidenti che coinvolgono le autovetture, inciderebbe maggiormente rispetto al farlo per altri tipi di veicoli.

La categoria di strada più pericolosa è senza dubbio quella urbana dove si verificano il 44% delle morti. Un altro 46% perde la vita sulle statali, regionali, provinciali e comunali extraurbane, mentre solo il 10% in autostrada. Qui appare chiaro un altro aspetto del problema, quello della responsabilità del gestore stradale. Le autostrade sono date in concessione a privati che hanno grande interesse a porre la massima attenzione nella prevenzione delle morti. Per le strade urbane, regionali, provinciali ed extraurbane, invece, i responsabili sono protetti dalle fumose nebbie della pubblica amministrazione. Sarebbe bello pensare che i dirigenti pubblici, preposti alla manutenzione delle strade, debbano subire un automatismo che leghi i premi sui risultati, al numero degli incidenti. Per questi gestori, il concetto di Responsabilità, è sicuramente utile a far valere gli onori, mentre potrebbe esserci meno attenzione sul fronte degli oneri.

La tipologia di strada più letale è quella della carreggiata a doppio senso, in cui si verificano il 76% dei decessi.

Coerente anche il dato sulle caratteristiche del tratto di strada che, in questa macabra classifica, vede in testa i rettilinei con il 50% dei casi.

L’analisi delle condizioni climatiche sembra invece rilevare una scarsa importanza, dato che ben il 77% dei morti è rimasto coinvolto in un incidente letale, con il sereno.

Avuto occhio per il dove, gettiamo uno sguardo adesso sul quando. È utile guardare alla distribuzione temporale delle morti, per verificare se su questo fronte si possano trarre utili indicazioni per politiche di sicurezza stradale. L’andamento in funzione dei mesi, mostra ben otto mesi sopra la media mensile di 472 morti. Il periodo da gennaio a marzo si presenta come quello meno letale. Senza perdersi in particolari elucubrazioni, sembra chiaro che il dato è facilmente spiegabile con il minor numero di autovetture in circolazione, posto che il traffico commerciale non ha motivo di subire flessioni rilevanti in un particolare periodo dell’anno. Meno macchine in giro, uguale meno morti, sembra essere un’equazione facilmente leggibile dal dato mensile. L’osservazione non è del tutto banale se la si legge in relazione alla necessità di potenziare le politiche di trasporto pubblico alternative alle autovetture. Meno macchine in circolazione non si hanno solo a causa della stagione fredda, ma possono ottenersi anche avendo più treni, metropolitane e tram a disposizione.

Passando dai mesi, ai giorni della settimana, possiamo vedere come si distribuiscano su di essi i decessi al volante. Si vede chiaramente che tra il venerdì ed il fine settimana si concentrano il maggior numero di eventi letali. Forse quando si parla di guidatori della domenica si svela una macabra verità.

Ugualmente utile è la distribuzione del numero dei morti in base all’ora[1] del giorno. La media oraria di queste morti è di 236, sommando in un solo giorno tutti quelli dell’anno. Le ore pomeridiane si mostrano subito come le più fatali. Una speciale attenzione dalle sedici alle diciannove, classico orario di rientro dal lavoro per milioni di italiani, potrebbe portare il numero delle morti più vicino al livello medio. Basti pensare che nella diciottesima ora del giorno muoiono sulle strade 386 persone, ben il 63% in più rispetto alla media.

Per finire con le informazioni di natura locale o geografica si vede anche come i morti per incidenti non si distribuiscano in maniera uniforme sul territorio. Guardando il numero di morti sulle strade per centomila abitanti, su base regionale, si scopre che il terzetto più virtuoso è rappresentato dalla Valle D’Aosta, dalla Campania e dalla Liguria. Il podio dei meno lodevoli in questo campo è invece formato dall’Emilia Romagna, dall’Abruzzo e dal Friuli Venezia Giulia che triplicano i dati delle regioni dall’altro lato della classifica.

Fin qui si è potuto vedere il dove ed il quando avvengono le morti per strada. Rimane da capire invece le cause che le provocano. Per questo ci aiuta la Relazione ISTAT per il 2006 che ci presenta una chiara distribuzione percentuale dei motivi alla base degli incidenti.

Salta all’occhio la bassa rilevanza del problema, invece largamente evidenziato dai media, dell’alcolismo al volante. L’alterazione dello stato psico-fisico del conducente comprende anche cause come i malori, i colpi di sonno, il rimanere abbagliati. L’alterazione per alcool o droghe pesa in assoluto solo il 1,56% sul totale delle cause, ossia il 78% del 2% sopra evidenziato. Guardando dentro il comportamento scorretto alla guida, troviamo che questo 94,66% è composto da un 17,74% di mancato rispetto dello stop, semaforo o precedenza, da un 15% di guida distratta, un 12,74% di velocità troppo elevata, ed un 10% di violazione della distanza di sicurezza, oltre che da tutta una serie minore di manovre irregolari.
Il dato sorprendentemente basso dell’uso di alcool e droga al volante, è in contraddizione con quanto viene evidenziato sulle pagine web della Polizia stradale che dice «Il 30% degli incidenti stradali è attribuibile all’alcol». È possibile che sia più vicina al vero la Polizia stradale, rispetto all’ISTAT. Infatti la maggior parte degli incidenti capita in aree urbane, dove intervengono prevalentemente le polizie municipali spesso sprovviste di misuratori del tasso alcolemico. Nelle strade extraurbane di grande comunicazione, interviene invece quasi sempre la Polizia che dispone più facilmente di tali dispositivi. La Polizia di Stato nel rapporto presentato a fine del 2006, denominato “Attività della Polizia Stradale” dichiara ben 24.803 infrazioni per guida sotto l’influenza dell’alcool, su 91.408 incidenti rilevati, esattamente il 27% dei casi. A questi si aggiungono 1.904 infrazioni per uso di sostanze stupefacenti, per un altro 2%. Se un domani vedremo le polizie locali dotarsi di appositi strumenti di misurazione dell’alcool nel sangue, probabilmente parte degli incidenti per comportamento scorretto, saranno classificati più correttamente tra quelli per alterazione dello stato psico-fisico. Qual è la probabilità reale di subire un controllo del tasso alcolemico? Per rispondere a questa domanda, è utile leggere il rapporto “Tasso alcolemico e uso di sostanze durante la guida: le probabilità di essere controllati”, scritto da Franco Taggi per l’Istituto Superiore di Sanità di Roma, nel gennaio 2006. Si fa riferimento all’attività di controllo fatta nel 2004 dalla polizia e dai carabinieri. I numeri del periodo in osservazione sono sostanzialmente simili in quantità e nelle loro proporzioni a quelli visti nel 2006. Nel rapporto si parla di circa 184.000 controlli del tasso alcolemico e di 92.000 della presenza di sostanze stupefacenti, fatti dalla Forze dell’ordine. Parliamo di un numero di controlli spaventosamente inferiore ai dieci milioni di controlli fatti in Francia nel 2005. Da noi nel 2007 si parlava di realizzare prima della fine dell’anno ben un milione di controlli, ma è davvero difficile capire se ci si sia riusciti. Se vogliamo prendere per valide le statistiche della Francia, che vanta una tradizione di attaccamento al vino molto simile alla nostra e che spesso è presa ad esempio per la severità dei controlli troviamo, sul sito di France 5 dedicato al Code Route (Codice della Strada), questi dati:

Se vogliamo quindi estendere il confronto con altri paesi europei, al tema più generale dei morti sulle strade, possiamo vedere che, almeno nel 2006, siamo più bravi del Belgio, della Repubblica Ceca, della Slovacchia e della Romania, ma meno della Spagna, del Portogallo o dell’Austria. La tabella sotto riportata mostra il numero di morti per incidente stradale per milione di abitanti. È da notare come Francia, Germania ma soprattutto Inghilterra siano stabilmente molto più virtuose di noi.

I dati che vengono esposti sul versante delle vittime mostrano chiaramente che a morire sono prevalentemente i conducenti, seguiti dal trasportati ed in ultimo dai pedoni.

In relazione al genere troviamo una distribuzione che evidenzia come il 77% dei deceduti siano maschi. La prevalenza in relazione all’età induce a parlare purtroppo di strage dei giovani. Infatti i ventenni ed i trentenni sono decisamente al primo posto.

Alcune conclusioni

Quest’indigestione di dati è stata necessaria per avere conferma della bontà di alcune semplici conclusioni. La prima e più inquietante è che sulle strade muoiono soprattutto i giovani. La seconda, preoccupante, è che l’Italia non è sulla strada di raggiungere l’obiettivo europeo di dimezzare le morti per incidente dal 2001 al 2010.
La lettura dei dati mostra che le strade più pericolose sono quelle urbane, extraurbane comunali, provinciali, regionali e statali (90%)[2], a due corsie su una sola carreggiata (76%)[2]. I mezzi di gran lunga più letali sono le comuni autovetture e le motociclette (82%)[2]. Si muore maggiormente con il bel tempo, nei mesi centrali dell’anno ed il fine settimana, in pratica quando il traffico aumenta. Le ore più pericolose sono quelle del secondo pomeriggio, ossia quando si è maggiormente stanchi e chi lavora rientra a casa. Ben il 30% degli incidenti è dovuto all’alcool, in una situazione in cui i controlli sono ridicolamente inferiori a quelli dei nostri vicini europei.
Le rilevazioni su cui si costruiscono le statistiche ufficiali fanno emergere, come causa quasi assoluta, il comportamento di guida scorretto del guidatore (95%)[2]. In tante sere passate a studiare dati sugli incidenti, non ho trovato approfondimenti sullo stato di gestione delle strade da parte dei responsabili. È del tutto chiaro ai miei occhi che si debba definire una sorta di indice di pericolosità di ciascuna strada, soprattutto sulla base delle rilevazioni degli incidenti. Questo deve essere alla base di piani di azione che obblighino i responsabili delle strade ad intervenire con misure strutturali o preventive di controllo.
Dovrebbero essere fatti interventi strutturali per rendere percorribili a senso unico molte vie urbane, e per separare fisicamente le corsie delle strade ad una sola carreggiata. Curve, incroci ed intersezioni dovrebbero essere meglio segnalate e soprattutto presidiate in modo da controllare che chi vi si approssimi, lo faccia a velocità ridotta e con la massima attenzione. I turni ordinari di lavoro della polizia stradale e di quelle locali devono tenere conto delle ore di massima incidentalità, prevedendo un rafforzamento delle pattuglie nel tardo pomeriggio. I limiti di velocità devono essere studiati ed approvati in relazione alla loro effettiva influenza sulla sicurezza del tratto di strada interessato, magari anche aumentandoli, dove attualmente sono troppo bassi. Non deve essere permesso ai comuni, variare arbitrariamente i limiti, al solo scopo di tendere astute trappole per far soldi con gli autovelox. Deve essere invece garantita la percorribilità di lunghi tratti a velocità uniforme, con limiti definiti in relazione all’incidentalità ed alla pericolosità della strada. Nelle strade extraurbane prossime ai centri abitati, spesso si passa dai 90 Km/ora ai 50, quando non ai 40. Questo deve essere evitato anche impedendo di costruire a ridosso delle principali vie di comunicazione, ed evitando o modificando gli accessi che non prevedano adeguati spazi di manovra o vere corsie di inserimento ed uscita. L’urbanistica stradale deve prevedere la costruzione di vie laterali, collegate da svincoli, che isolino il traffico locale da quello a lungo scorrimento. Si deve altresì semplificare e ridurre l’insieme attualmente molto vasto degli enti responsabili delle strade. Oggi aver ripartito queste competenze tra Stato, ANAS, Regioni, Provincie, Comuni, Società concessionarie, ha creato una notevole dispersione degli interventi e deresponsabilizzato i soggetti.
I controlli del tasso alcolemico dovrebbero aumentare moltissimo, ed allinearsi ai valori della Francia. Le polizie locali devono essere dotate di alcolimetri per collaborare all’aumento della sicurezza su questo fronte, in maniera chiara e misurabile da tutti, partecipando ai proventi delle contravvenzioni. I positivi al controllo dell’alcool, recidivi, dovrebbero essere obbligati a sottoporsi ad un ciclo di disintossicazione, prima di riottenere la loro patente. In alternativa al ritiro della patente, per chi dimostri di non avere mezzi pubblici per andare al lavoro, si potrebbe stabilire l’obbligo di recarsi giornalmente al più vicino posto delle forze dell’ordine, per sottoporsi a sue spese alla misurazione del tasso alcolemico.
L’educazione stradale deve diventare materia di esame obbligatoria nelle scuole medie e superiori. La televisione di stato dovrebbe garantire una copertura di informazione oggettiva e di formazione continua, nelle ore di massimo ascolto, sulle tematiche della sicurezza stradale.
Nessuna di queste idee sembra sia mai uscita dalla bocca di un qualsiasi ministro o sottosegretario ai trasporti. Generalmente la sicurezza stradale è un tema gettonato principalmente per farsi un po’ di pubblicità, rilasciando qualche dichiarazione subito prima dei periodi delle ferie, quando milioni di automobilisti si mettono in moto. Si parla di limiti alcolemici e di velocità, ma solo per abbassarli. Si pensa che basti fare una legge, od inasprirne un’altra, per risolvere il problema. Se poi i cittadini non rispettano le sagge norme, allora la colpa non può essere dei nostri politici, tanto previdenti.
Io invece penso che la politica abbia fino ad oggi quasi sempre trattato con grande superficialità la questione, fatta eccezione per l’introduzione dell’obbligo delle cinture di sicurezza e la patente a punti, come pure per i nuovi limiti per l’alcool. Forse non è male anche l’idea della nuova scatola nera sulle autovetture. Quello che manca è però l’effettivo impegno sul fronte dei controlli e della prevenzione. Inoltre sono sempre assenti le necessarie politiche volte ad imporre interventi strutturali, di rifacimento dei tratti di strada più pericolosi.
Per fortuna su questo fronte, come su altri, ci viene come al solito incontro l’Europa, con le sue preziose direttive. L’ultima in tema di sicurezza stradale è la numero 96 del 2008 dal titolo “Direttiva 2008/96/Ce del Parlamento Europeo e del Consiglio del 19 novembre 2008 sulla gestione della sicurezza delle infrastrutture stradali”. Qui finalmente si parla delle cose giuste proprio nell’ambito delle responsabilità del gestore delle strade. La data ultima per l’attuazione in Italia è il diciannove dicembre 2010. Valutazione di sicurezza per le strade, controlli, classificazione di della rete viaria, ispezione, pubblicità, formazione dei controllori, scambio della migliore prassi, sono elementi che fanno di questa direttiva il fulcro di un’effettiva svolta su questo fronte.
Guidate con prudenza.


[1] Nella distribuzione oraria delle morti per incidenti stradali si sono ripartite le 41 morti avvenute in ora imprecisata, sulle restanti ore del giorno, in modo proporzionale al valore preesistente.
[2] Percentuale delle morti per incidente stradale, dovuta alle cause evidenziate nel testo.

mercoledì 10 dicembre 2008

Il 10 dicembre 1948, fu firmata a Parigi la Dichiarazione Universale dei diritti dell'Uomo. La sua redazione era stata promossa dalle Nazioni Unite, instituite solo tre anni prima, perché avesse applicazione in tutti gli stati membri. Sull'onda delle atrocità manifeste della seconda guerra mondiale, il mondo civile si mobilitava ristabilendo le basi da cui ripartire.

Passare dalle parole ai parole ai fatti è difficile, la storia degli ultimi sessant'anni ne è triste testimonianza. Se non avete mai letto il documento, potete farlo adesso. LEXCIVILIS non può esimersi dal presentarlo integralmente, come offerta ai suoi lettori.



DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI

Preambolo

Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;

Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità, e che l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo;

Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione;

Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni;

Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona

umana, nell'uguaglianza dei diritti dell'uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà;

Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l'osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali;

Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;

L'ASSEMBLEA GENERALE
proclama

la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l'insegnamento e l'educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.

Articolo 1
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Articolo 2
Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del


paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.

Articolo 3
Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.

Articolo 4
Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

Articolo 5
Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.

Articolo 6
Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.

Articolo 7
Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.

Articolo 8

Ogni individuo ha diritto ad un'effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.

Articolo 9
Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.

Articolo 10
Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta.

Articolo 11
1. Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa.
2. Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetuato, non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale. Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.

Articolo 12
Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.

Articolo 13
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.
2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

Articolo 14
1. Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.
2. Questo diritto non potrà essere invocato qualora l'individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.

Articolo 15
1. Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza.
2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza.

Articolo 16
1. Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all'atto del suo scioglimento.
2. Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi.
3. La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.

Articolo 17

1. Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri.
2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà.

Articolo 18
Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti.

Articolo 19
Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

Articolo 20
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica.
2. Nessuno può essere costretto a far parte di un'associazione.

Articolo 21
1. Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.
2. Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese.
3. La volontà popolare è il fondamento dell'autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate

a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.

Articolo 22
Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l'organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.

Articolo 23
1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.
2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.
3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.
4. Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.

Articolo 24
Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.

Articolo 25

1. Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.
2. La maternità e l'infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.

Articolo 26
1. Ogni individuo ha diritto all'istruzione. L'istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L'istruzione elementare deve essere obbligatoria. L'istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l'istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.
2. L'istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l'amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l'opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.
3. I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.

Articolo 27
1. Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.

2. Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.

Articolo 28
Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.

Articolo 29
1. Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.
2. Nell'esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell'ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.
3. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite.

Articolo 30
Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un'attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e delle libertà in essa enunciati.


A questo proposito non posso evitare di riportare le parole odierne di Irene Khan, Segretaria generale di Amnesty International: "Il pregio della Dichiarazione è costituito dall'universalità e dall'indivisibilità. I diritti umani sono universali: ogni persona nasce libera ed eguale in dignità e diritti. I diritti umani sono indivisibili: tutti i diritti, economici, sociali, civili, politici e culturali, sono parimenti importanti, senza alcuna gerarchia" - ha proseguito Irene Khan. "Nonostante i progressi degli ultimi decenni in molte aree, l'ingiustizia, la disuguaglianza e l'impunità persistono in troppe zone del mondo. Il vero problema è che i governi fanno promesse e adottano leggi ma mancano di darvi seguito.".
Ecco perché penso ancora oggi che non sia possibile sottrarsi dall'impegno civile.

domenica 7 dicembre 2008

La commissione di vigilanza sulla RAI

Il tredici novembre 2008, la Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, nota come Commissione di Vigilanza sulla RAI, ha eletto il suo presidente.
La nomina, come spesso avviene, ha chiuso un’estenuante polemica, solo per dare il via ad un’altra, probabilmente ancora più lunga. La prima controversia si trascinava da giugno e riguardava il rifiuto della maggioranza di eleggere un candidato del partito Italia dei Valori, Leoluca Orlando. Si è trattato di un autentico veto politico, messo dal Presidente del Consiglio, ad un candidato espressione del partito di quello che lui ritiene un nemico, più che un avversario, Antonio Di Pietro. Per oltre cinque mesi la carta stampata, i telegiornali e le trasmissioni d’approfondimento politico, ci ha appassionato con questo gran problema, con cui tutto il paese doveva fare i conti. Da qui la soluzione, devo dire poco apprezzabile ma originale, di eleggere a colpi di maggioranza il senatore Roberto Villari, sempre dell’opposizione, ma diverso da quello indicato. Chiusa male la questione originaria, si è aperta quindi la polemica sulle dimissioni del nuovo presidente, pretese dal suo stesso partito e non concesse dall’interessato.
Roberto Villari si sarà chiesto come mai avrebbe dovuto essere l’unico a dover pagare di tasca propria, per una questione di coerenza a principi di prassi politica, in un partito che colleziona contraddizioni ben maggiori. Il docente universitario di malattie infettive, medico, deputato nelle ultime due legislature ed oggi senatore, appartenente a ben due commissioni parlamentari, ha scelto di non dimettersi anche quando si è trovata l’intesa per il nome di Sergio Zavoli. È stato invitato alle dimissioni nientedimeno che dai presidenti della Camera e del Senato, oltre che dallo stesso Berlusconi. Villari ha detto, a proposito dell’incarico di presidenza, che «mi è stato affidato con il voto di parlamentari che hanno svolto legittimamente la loro funzione. E so che il valore delle Istituzioni precede il peso delle segreterie». Fin qui la storia delle due polemiche. Ora però, parliamo di cose serie ed analizziamo i fatti da un punto di vista più logico.

È importante capire bene cosa sia esattamente questa commissione ed a che cosa serva. Per questo riassumo quanto compare nella pagina web introduttiva dell’organo istituzionale.
Alla Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, spettano funzioni d’indirizzo rispetto alla società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo. L’organismo, di natura definito come Commissione parlamentare bicamerale, deve anche vigilare sull'attuazione di tale indirizzo. La Commissione esercita competenze in materia d’accesso al mezzo radiotelevisivo, da parte d’organismi collettivi portatori d’interessi socialmente rilevanti, attraverso un'apposita Sottocommissione. Le competenze della Commissione prevedono anche funzioni in materia di comunicazione politica e di parità d’accesso ai mezzi d’informazione, sia durante le campagne elettorali e referendarie, sia nei periodi non coincidenti con queste. La nomina del presidente della RAI-Radiotelevisione italiana S.p.a diviene efficace solo dopo il parere della Commissione, espresso a maggioranza dei due terzi. La Commissione elegge sette membri del consiglio d'amministrazione della suddetta azienda. La Commissione è composta di quaranta membri designati pariteticamente dai Presidenti delle due Camere del Parlamento, tra i rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari, sulla base delle designazioni effettuate dagli stessi ed in maniera proporzionale. Essa procede alla propria costituzione, eleggendo tra i suoi elementi il proprio presidente, due vicepresidenti e due segretari. È rinnovata totalmente all'inizio d’ogni legislatura. Oltre alle citate competenze in materia di comunicazione politica e di parità d’accesso ai mezzi d’informazione (che comportano la gestione diretta delle trasmissioni della RAI denominate Tribune), la Commissione esprime un parere sul Contratto di servizio triennale stipulato tra il Ministero delle comunicazioni e la RAI, un parere sulle modifiche dello statuto della RAI, ed è dotata d’alcune competenze di minor rilievo concernenti la concessionaria del servizio radiotelevisivo pubblico. Redige inoltre una Relazione annuale alle Camere, concernente la propria attività. Più in generale, la Commissione può rivolgere alla RAI atti d’indirizzo di carattere generale sui criteri ed i contenuti della programmazione radiotelevisiva, che tengano conto dell'autonomia dei giornalisti e responsabili dell'azienda nell'esercizio del diritto di cronaca e della libertà di manifestazione del pensiero. La rappresentanza, all'interno della Commissione, di tutti i gruppi parlamentari concorre ad assicurare il rispetto del principio del pluralismo nella programmazione. La vigilanza è quindi esercitata anche in relazione a casi specifici, ma tenendo conto dell'esigenza di valutare l'insieme della programmazione.
Lo Stato, azionista della RAI, attraverso la Commissione detta quindi gli indirizzi generali della programmazione televisiva e radiofonica, vigilando sul loro rispetto. La libertà di cronaca e di espressione sarebbero garantite dal carattere generale degli indirizzi stessi e dalla composizione dell’organo, rispecchiante gli equilibri parlamentari, in maniera proporzionale. Solo che per fare questo si mette all’opera ben quaranta parlamentari e si stanziano nel 2008 settantamila euro: quindicimila per missioni, quindicimila per rappresentanza, venticinquemila per consulenze, e quindicimila per altro. Ad onor del vero, nel 2007, pur avendo una previsione di spesa pari a circa centrotrentacinquemila euro, la commissione sembra aver sostenuto costi per circa sedicimila euro. Sotto la giovane direzione di Villari, la commissione ha eletto i vicepresidenti ed i segretari, emanato una delibera di regolazione dell’informazione sulle elezioni regionali in Abruzzo e fatto una prima audizione dei vertici della RAI. Molti hanno detto in questi giorni che la commissione sarebbe, di fatto, un organismo inutile che dovrebbe essere soppresso. Tuttavia le motivazioni alla base della sua istituzione sono certamente valide, ed essa potrebbe veramente svolgere un controllo di natura parlamentare. Questa cosa, proprio con Villari, sembra almeno garantita. Il neopresidente a questo punto ha veramente la possibilità di svolgere con grand’autonomia, il ruolo di garanzia che impersona.

Roberto Villari su cui si sono riversate le ire dei Democratici e gli inascoltati appelli della destra, è uomo che partecipa alla vita parlamentare, o tira a campare come molti dei suoi colleghi? Per capire questo, guardiamo alla scheda personale del senatore in questa XVI legislatura. Sette mozioni di cui una come primo firmatario, undici interrogazioni sempre come tale, sei come cofirmatario, un’interpellanza, oltre alla firma su due richieste d’istituzione di nuove commissioni. C’è quanto basta a definirlo come un parlamentare tra i più attivi. Molto più attivo in parlamento almeno di Massimo D’Alema, di Piero Fassino, di Leoluca Orlando, di Sergio Zavoli, di Paolo Gentiloni, d’Enrico Letta, di Dario Franceschini, stando alle mozioni ed interpellanze fatte ed ai disegni di legge presentati come primo firmatario. Entrando nel merito, Villari ha affrontato in parlamento questioni riguardanti la costituzione di una borsa del gas, la sperimentazione d’energie pulite in Formula Uno, la liberalizzazione del mercato del gas, la pulizia dei treni italiani, la tutela dei piccoli azionisti e l’italianità d’Alitalia. Ha presentato come primo firmatario disegni di legge sulle isole minori, sulle reti di trasporto del gas, per l’istituzione di un osservatorio dei porti turistici e della nautica, sulla partecipazione pubblica e la governance dell’innovazione. È vero che la vita parlamentare, soprattutto in queste ultime due legislature, in cui la Repubblica «assomiglia straordinariamente», per dirla con le parole di Paolo Guzzanti, «alla corte d’Enrico VIII», l’ordine della firma sugli atti ed il numero degli stessi, potrebbe essere il riflesso delle decisioni dei gruppi e quindi delle segreterie politiche. Tuttavia, anche parlamentari scelti ed investiti direttamente dai partiti, possono evidentemente esprimere una loro forte autonomia e vitalità. Se così fosse, e Villari non si fosse mosso solamente per la difesa di una poltrona inaspettatamente capitatagli sotto alle terga, potremo capirlo da cosa egli saprà fare in quel posto. Siamo sicuri che la presenza dei politici in RAI non vada oltre alle quote corrette? Siamo certi che siano equamente rappresentati tutti gli organismi collettivi portatori d’interessi socialmente rilevanti? Infine, nella dovuta Relazione annuale alle Camere, concernente la propria attività, la commissione è sempre stata chiara sulla propria utilità e sui fini raggiunti?


A differenza di tanti concittadini e commentatori, che intervenendo a trasmissioni radiofoniche, mostravano indignazione per questo comportamento, io non riesco a scandalizzarmi, posto che ritengo la questione sicuramente poco rilevante, rispetto ai problemi per i quali ci si dovrebbe veramente scaldare. Voglio proprio vedere, con sincera e del tutto naturale curiosità, cosa vorrà e potrà fare questo senatore, sfuggito al controllo delle oligarchie politiche. Saprà farci vedere qualche cosa di nuovo? Se avrà la pazienza di leggere questo mio post, che gli invierò all’email del senato, spero vorrà accogliere positivamente l’invito a rispondere a questi interrogativi. Senatore Villari, se lo desidera e lo ritiene utile, le metto a disposizione uno dei prossimi post, per annunciarci che linea vuole dare alla sua presidenza della commissione. Da cittadino, nutro sempre la speranza di vedere una sincera partecipazione all’interno delle istituzioni. Sarei ben lieto, una volta verificatola anche nelle sue intenzioni, di pubblicare aggiornamenti periodici su quanto i lavori dell’organismo da lei presieduto, potranno far emergere a favore della nostra democrazia.