sabato 26 gennaio 2008

Voto o non voto.

Che tristezza in questi giorni, in queste ultime settimane. Sembra quasi che di "civile" in Italia rimanga davvero poco. Quanto è accaduto negli ultimi anni merita una seria riflessione. Senza la presunzione di essere capace di fare un'analisi di una storia così complicata, faccio solo alcune brevi riflessioni. Metto un po di materiale sul tavolo e chissà che non venga fuori un quadro d'insieme.

Pensieri in ordine sparso:
  • Prodi ha sempre battuto Berlusconi alle elezioni;
  • Prodi non è mai riuscito a durare al governo, tradito dai suoi alleati;
  • Berlusconi, pochi mesi prima delle ultime elezioni, sapeva che avrebbe molto probabilmente perso e per questo ha fatto una legge elettorale che avrebbe lasciato vita breve al governo che gli sarebbe succeduto;
  • La legge elettorale con cui abbiamo votato nel 2006 è stata votata al Senato dalla sola maggioranza (160 voti a favore contro 119 contrari, su un numero di senatori di centro-destra pari almeno a 167);
  • La legge elettorale è stata definita dall'ex ministro Calderoli, che ha ammesso di averla scritta proprio con l'intenzione di danneggiare la sinistra vincitura, una porcata;
  • Prodi ha sempre guidato alleanze molto eterogenee e composite: troppi soggetti, troppo diversi;
  • L'elemento maggiormente unificante delle coalizioni di Prodi è sempre stato l'anti-Berlusconismo, seguito a distanza da una riconosciuta competenza nel dominare l'economia;
  • Mastella parte democristiano, e nel 1994 è ministro del Lavoro del primo governo Berlusconi; nel 1998 appoggia il governo D'Alema, abbandonando l'alleanza prima con Casini e poi con Cossiga e Buttiglione; nel 2002 l'UDEUR (l'ultimo partito di Mastella) decide l'ingresso nella Margherita ma subito dopo, pur rimanendo nel centrosinistra durante il secondo governo Berlusconi, cambia idea; nel 2005 una piccola crisi di rapporto con la grande alleanza messa in piedi da Prodi, subito rientrata, per arrivare al secondo governo Prodi;
  • La Corte Costituzionale decide positivamente a metà gennaio 2008 sull'ammissibilità del referendum elettorale;
  • Se non viene cambiata subito la Legge elettorale, ci si aspetta che al Referendum gli italiani si regalino un parlamento semplificato e popolato da poche liste, molto forti: i piccoli partiti sono forse destinati all'estinzione; l'eventuale scioglimento delle camere farebbe slittare di un anno il referendum;
  • Nell'attuale parlamento il gruppo Popolari-UDEUR pesa il 2,2% (14 parlamentari su 630);
  • La creazione del Partito Democratico e le forti doti di leadership che tutti ci aspettiamo da Walter Veltroni, fanno pensare che anche nel centrodestra ci si avvii ad una semplificazione; le due maggiori formazioni politiche hanno in linea generale interesse a trovare un accordo sulla legge elettorale che le metta al riparo dai partitini;
  • Berlusconi il 25 novembre scorso ha definito "ectoplasma" (Wiki-ectoplasma) la Casa delle Libertà, accusando i suoi alleati (forse non del tutto a torto) di avergli fatto perdere le ultime elezioni; da quel momento nel centrodestra sono letti separati e frecciate continue, solo fino alla caduta di Prodi, ovviamente;
  • Un sondaggio IPSOS diffuso a Ballarò il 22 gennaio dimostra che tolti un 25% di indecisi, gli elettori oggi sarebbero oggi al 57% con il centrodestra, al 42% con i Democratici e la sinistra: una bella occasione per correre alle urne, si sarebbe detto Berlusconi;
  • Il gradimento per il futuro premier, da parte degli elettori, secondo lo stesso sondaggio citato poco prima, vede Walter Veltroni sostanzialmente unico candidato della sinistra e Gianfranco Fini superare Berlusconi nel centrodestra, mentre subito dietro si accodano Luca Cordero di Montezemolo e Mario Draghi;
  • Con il senno del poi, sembra chiaro che l'affaire delle Legge elettorale, stimolato dal Referendum, sia stato il vero scoglio su cui si è incagliato il governo Prodi: infatti il possibile accordo tra F.I. e P.D. metteva a forte rischio l'esistenza dei piccoli partiti ai quali non rimaneva che far cadere il governo o la legislatura;
  • Se cade il governo ci sono quattro principali vie di uscita:
    • lo scioglimento delle camere e nuove elezioni con la vecchia legge elettorale (la porcata), con una probabile vittoria della coalizione di centrodestra che avrebbe a sua volta una piccola maggioranza al senato ma in compenso rivaluterebbe moltissimo l'immagine dei Senatori a vita; il referendum si riaffaccerebbe alle porte tra un anno a meno di una nuova legge elettorale che metta d'accordo i partiti delle futura maggioranza (è pur vero che l'accordo sulla legge attuale lo hanno trovato);
    • come sopra ma con la sorpresa che gli italiani votano per una coalizione di Walter Veltroni che sembra avere un'alta popolarità; in tal caso il povero Walter avrebbe pressoché gli stessi problemi di Prodi e sarebbe strangolato dal ricatto dei partitini; sarebbe più difficile evitare il referendum ed il governo forse avrebbe vita breve;
    • si trova un accordo per un governo di scopo per rifare la legge elettorale e tenere le redini dell'economia fino a nuove elezioni da fare entro l'anno; gioca contro quest'ipotesi la spiacevole tendenza a durare nel tempo delle soluzioni provvisorie, vuoi anche per una particolare forma di affetto che lega i ministri alle loro poltrone (Mastella solo apparentemente non ne sarebbe soggetto);
    • F.I., pur spinta dalla prospettiva di vincere, dopo una maggiore riflessione, non trova più tanto attraente andare subito ad elezioni, vuoi perché potrebbe profilarsi una candidatura di Fini contro Berlusconi o perché il bloccarla potrebbe minare alla base la salute del governo che verrà, precipitandolo nella situazione che ha affondato Prodi; ci si avvia quindi verso un governo di scopo sostenuto da F.I. e dal P.D. (53% delle forze parlamentari attuali) che rediga una legge elettorale volta a risolvere il problema dei micro partiti.
  • L'Italia è un paese fermo, immobile, bloccato da un sistema politico ipertrofico che lo strangola;
  • Il merito non è più da tempo un parametro utile per accedere alle migliori posizioni o per farsi strada; il paese è asfissiato da una serie di caste (non c'è solo quella dei politici), a partire dai notai, gli avvocati, i commercialisti, i giornalisti, i professori universitari, i medici, i farmacisti; l'evoluzione in "casta" sta contagiando molti settori ed oggi le categorie scendono in lotta non più per difendere i loro diritti ma i loro privilegi ingiustificati;
  • L'elenco del punto precedente non vuole generalizzare ma vuole difendere la grande maggioranza delle persone che operano i mestieri e le professioni citate che con sempre maggior fatica emergono solo per le loro capacità e che vengono arruolati e spesso soggiogati da una minoranza malandrina;
  • Mastella si dimette e ci racconta che lo fa per difendere i cittadini (si riferisce due in particolare) attaccati da una magistratura scorretta; lo fa per noi, insomma...;
  • Cuffaro viene condannato a cinque anni per reati che in Sicilia vogliono dire molto e dice che rimane al suo posto ma poi, forse perché spinto con forza dal mondo produttivo, si dimette;
  • I politici italiani, molti anche se non tutti, vengono intercettati al telefono ed emerge un mondo di uno squallore, di una scurrilità e di una meschinità infinite; quindi sentono nascere nei loro petti il desiderio di difendere i poveri cittadini italiani da queste intercettazioni;
  • Io non so cosa ne pensino i miei colleghi, cittadini italiani, ma io non avrei alcun problema ne nulla da nascondere se pubblicassero mie intercettazioni e soprattutto non dovrei pietosamente blaterare che "si tratta comunque di fatti penalmente non rilevanti";
  • In qualsiasi paese del mondo, un membro dell'esecutivo che utilizzasse un mezzo di servizio per fini personali si dimetterebbe pieno di vergogna, nello sdegno generale; qui in Italia questo malcostume diventa uno status-symbol;
  • Per giorni le mie orecchie e la mia pur modesta intelligenza dovranno essere feriti dalle dichiarazioni di politici molto premurosi che come i maiali della famosa fattoria di Orwell, ci spiegheranno che si dovrà andare a votare subito per ridare la parola a noi; loro si sacrificheranno e saranno rieletti (come i maiali si cibavano del latte e delle mele) per il bene del paese, per il bene nostro e della democrazia;
  • Aristotele però già sapeva oltre duemila anni fa che la democrazia è quando comandano i molti e non quando perdurano ed imperversano i pochi, per di più sempre gli stessi;
  • Sempre Aristotele aveva chiaro un po di anni fa che se governano sempre gli stessi, ricchi e pochi, si deve parlare di oligarchia e non di altro.
  • L'articolo 48 della Costituzione ci ricorda che l'esercizio del voto è un dovere civico ma lo rimane anche laddove questo "esercizio" viene fortemente svuotato, da parte di chi ci ha servito questa legge elettorale, di qualsiasi possibilità reale di scelta ?
  • E se gli italiani esercitassero questo dovere civico mettendo un bel 4 meno sulla scheda elettorale, come "voto" alla classe politica oligarchica che gli sottrae il latte e le mele ?
Riflessioni a ruota libera, solo pensieri, forse anche un po confusi: nessuna vera analisi e nessun giudizio, c'è tempo.

NOTA: nei punti precedenti parlo di "maiali" delle "fattoria di Orwell" e poi ancora di "latte e mele". Si tratta di una citazione letteraria dal libro "Animal Farm", in italiano "La Fattoria degli animali" di Georgw Orwell. Chi è interessato può capire meglio leggendo la parte finale del III Capitolo.


Edoardo Capulli

mercoledì 23 gennaio 2008

60 anni della Costituzione italiana

Viva l'Italia ! Queste parole che oggi molto spesso appaiono prive di senso, non debbono e non possono farci dimenticare quanto abbiano rappresentato per generazioni di veri italiani. Negli ultimi duecento anni, con vere punte di eccellenza e di problematicità, lo spirito degli Italiani ha saputo trovare rappresentazioni di alto spessore nelle patrie istituzioni. Oggi speriamo solo di non dover misurare il nostro senso civile e di nazione, guardando allo spettacolo vergognoso ed avvilente che la maggior parte dei nostri politici mette in scena. Tuttavia non mi consola la banale osservazione che toccato il fondo è inevitabile risalire, ma il senso di serietà che danno sia il Presidente della Repubblica che i tanto strumentalmente e meschinamente vituperati Senatori a vita. Essi sono la, in alto, alzati come bandiere al vento ad indicarci che l'Italia c'è: ecco che tutti possiamo vedere dove marciare uniti verso la rinascita democratica e civile del nostro amato paese. Lascio ora la parola al testo integrale del Presidente Napolitano che ho copiato dal sito della Presidenza della Repubblica (LINK).

Edoardo Capulli


INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, GIORGIO NAPOLITANO, NELLA SEDUTA COMUNE DEL PARLAMENTO IN OCCASIONE DELLA CELEBRAZIONE DEL 60° ANNIVERSARIO DELLA COSTITUZIONE

CAMERA DEI DEPUTATI - 23 GENNAIO 2008

Lo svolgersi di questa cerimonia nonostante il momento di acuta crisi e incertezza politica che il paese sta vivendo, vale a sottolineare la distinzione e autonomia del tema costituzionale dalle alterne vicende dei partiti, delle maggioranze e dei governi. E mi si lasci aggiungere che conoscendo i motivi di inquietudine e di sfiducia che serpeggiano tra i cittadini, è confortante poter guardare tutti, senza spirito di parte, a un grande quadro di riferimento unitario come quello che l'Italia si diede con la Costituzione del 1948.
La ricorrenza dell'entrata in vigore di quella Carta non è d'altronde mai stata, di d
ecennio in decennio, una mera occasione celebrativa.
Ci sono date che rimangono consegnate alla storia del paese, scandendone in modo significativo il divenire: esse vanno ricordate e valorizzate al fine di coltivare tra gli italiani la coscienza del comune passato storico. Ma la data del 1° gennaio 1948 è altro : perché ha segnato la nascita di qualcosa che ha continuato a vivere, è vivo e ha un futuro - una tavola di principi e di valori, di diritti e di doveri, di regole e di equilibri, che costituisce la base del nostro stare insieme animando una competizione democratica senza mettere a repentaglio il bene comune.
Il processo risorgimentale, il movimento per l'unità d'Italia, ebbe per compimento lo Stato nazionale, che assunse i lineamenti di uno Stato liberale ma senza il presidio di una Costituzione votata dai rappresentanti del popolo che prendesse il posto dello Statuto albertino concesso "per volontà sovrana". Fu - dopo la rottura autoritaria del ventennio fascista - con il voto e con la scelta repubblicana del 2 giugno 1946, che l'Italia unita giunse all'approdo del costituzionalismo. Da allora si può ben dire - mi sia consentito di richiamare quest'espressione del messaggio da me rivolto al Parlamento nel giorno del giuramento - che "l'unità costituzionale" si è fatta "sostrato dell'unità nazionale". E' tale convinzione che mi guida anche nel considerare il dibattito attuale sui temi istituzionali.
Già a sessant'anni dal voto del 2 giugno 1946, abbiamo avuto modo di rievocare "l'età della Costituente", che si snodò attraverso le tappe importanti della Consulta nazionale e dell'attività del Ministero della Costituente per sfociare negli intensi lavori dell'Assemblea Costituente eletta il 2 giugno a suffragio - per la prima volta - universale, e infine, il 22 dicembre 1947, nell'approvazione - a larghissima maggioranza - della Costituzione. Fu quella una delle stagioni più altamente costruttive e creative della nostra storia nazionale.
Il risultato cui si giunse fu possibile grazie a un confronto eccezionalmente ricco e approfondito e alla graduale confluenza - al di là dei contrasti e dei momenti di divisione che certamente non mancarono - tra le diverse correnti storico-culturali e politiche rappresentate nell'Assemblea Costituente. Appare ormai oziosa la disputa sul termine con cui definire quel risultato : se lo si definisce "compromesso", con ciò intendendo l'accordarsi su un'ibrida composizione di orientamenti divergenti e inconciliabili, non si coglie quel che nella Costituente vi fu di ascolto reciproco, di scambio e di avvicinamento sul piano ideale, di riconoscimento di istanze e sensibilità comuni ; quel che vi fu di paziente ricerca di punti d'incontro e di soluzioni condivisibili, di accettazione degli esiti alterni della prova del voto su materie controverse, e dunque di spirito di moderazione e di senso della missione.
Ed è perché così nacque la Costituzione, che essa ha potuto presiedere nel corso dei decenni a quella complessiva grande trasformazione che ha fatto dell'Italia un paese moderno e altamente sviluppato ; e ha potuto reggere a tante tensioni politiche e sociali, a tante nuove sollecitazioni e domande.
Sulle scelte che nel lungo periodo trascorso dall'entrata in vigore della Carta costituzionale hanno concretamente caratterizzato l'azione dello Stato e la crescita della società italiana, si sono via via espressi giudizi critici, anche radicalmente critici, e restano accese le controversie su non poche valutazioni di merito e d'insieme. Ma non ha senso imputare alla Costituzione errori e distorsioni che hanno rappresentato il frutto di una complessa dialettica politica. Occorre fare bene attenzione a non confondere indirizzi costituzionali e scelte politiche, responsabilità politiche. Da questa distinzione, e da un'analisi obbiettiva, emerge la vitalità dimostrata in sessant'anni dalla Costituzione, dai suoi principi e indirizzi fondamentali : anche dopo che lo scenario politico è radicalmente mutato.
Nessuna delle forze politiche che parteciparono all'elaborazione della Carta costituzionale e che si contrapposero aspramente all'indomani della sua entrata in vigore, è rimasta in vita uguale a se stessa. Dalla crisi che ha investito, tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90, il sistema dei partiti, e dall'avvio di una democrazia dell'alternanza, è scaturito un quadro di forze che in quanto competono per il governo del paese si riconoscono naturalmente nella Costituzione. Questa rappresenta più che mai - nella sua comprovata validità - un patrimonio comune. Nessuna delle forze oggi in campo può rivendicarne in esclusiva l'eredità, né farsene strumento nei confronti di altre. Possono solo tutte insieme richiamarsi ai valori e alle regole della Costituzione, e insieme affrontare anche i problemi di ogni sua specifica, possibile revisione.
Al centro del dibattito, nei primi decenni successivi all'entrata in vigore della Costituzione, si sono, in effetti, posti i problemi della sua attuazione. E molto si è detto sulla lentezza nonché su taluni aspetti di tale attuazione, non sempre apparsi convincenti.
Poi, la riflessione si è venuta spostando sull'evoluzione che ha conosciuto la nostra realtà costituzionale. Tale evoluzione si è compiuta innanzitutto grazie all'approvazione, nel corso di lunghi anni, da parte del Parlamento, di leggi che hanno fatto vivere importanti principi sanciti in Costituzione : come quelle a tutela della salute quale "fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività", o sullo Statuto dei diritti dei lavoratori, o sul diritto di famiglia. Non meno forte è stato l'impulso venuto via via dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale, che ha svolto una funzione insostituibile garantendo sia il rigoroso rispetto del dettato della Costituzione sia la sua apertura a nuove realtà ed esigenze. Un'apertura consentita dalla sapienza dei costituenti che - come nei suoi commenti osservò il maggior studioso protagonista dell'Assemblea - condusse a formulazioni che lasciassero "aperto l'adito all'accoglimento di significati non previsti né prevedibili al momento dell'emanazione" della norma costituzionale.
Il contributo evolutivo che è venuto in tal senso dalla Corte si è intrecciato con il fenomeno, davvero determinante, del processo di integrazione europea in cui l'Italia si è impegnata e riconosciuta fin dagli anni '50, nel solco di un'ispirazione straordinariamente anticipatrice come quella dell'articolo 11 della Costituzione ; al quale è di recente seguita, col nuovo articolo 117, la piena assunzione dei "vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali". I Trattati europei, le Carte dei principi e dei valori della Comunità e poi dell'Unione europea, hanno costituito una fonte preziosa di conferma e di arricchimento degli indirizzi caratterizzanti la nostra Carta costituzionale.
Il più profondo elemento di identificazione tra la nostra Carta e l'orientamento dei Trattati europei può rintracciarsi nella concezione del primato della persona, del suo svolgimento e sviluppo su basi di libertà e di eguaglianza, della sua dignità come fondamento dei diritti dell'uomo e del cittadino. E se nella Costituzione italiana è mirabilmente definito, a partire dai "Principi fondamentali", l'insieme dei diritti di libertà, dei diritti civili e sociali da affermare, va salutato in piena coerenza con la visione dei nostri Costituenti l'apporto delle Carte internazionali dei diritti e specialmente di quelle europee. Anche il Parlamento italiano sarà tra breve chiamato a ratificare il Trattato di recente sottoscritto a Lisbona, che sancisce nello stesso tempo l'adesione dell'Unione alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo del 1950, già presidiata dalla Corte di Strasburgo, e il valore giuridico della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione del dicembre 2000.
Anche formulazioni della prima parte della Costituzione del '48 come quelle relative ai "rapporti economici", che in tempi recenti sono state oggetto in modo particolare di valutazioni polemiche, ricevono nuova luce dai Trattati europei sottoscritti dall'Italia. Il principio della libertà dell'iniziativa economica privata, che apre l'articolo 41, è stato non smentito ma arricchito dallo svolgimento che ha avuto con la nascita della Comunità europea, incentrata sulle "quattro libertà" poste a base della costruzione del Mercato Comune, e sulle regole, sempre più stringenti, di tutela della concorrenza.
Si guardi egualmente all'affermazione, nella Carta del '48, del principio di una comune responsabilità sociale e di un corrispondente ruolo dei pubblici poteri : quel principio, comune ad altre, coeve Costituzioni europee, fu suggerito dall'evoluzione del pensiero economico e delle politiche pubbliche in Occidente a partire dagli anni '30 del Novecento. Ed esso da ultimo si è rispecchiato nell'assunzione - nel Trattato costituzionale e ora in quello di Lisbona - della "economia sociale di mercato" come quadro di riferimento di una politica europea di sviluppo sostenibile.
A suggello di questa vera e propria integrazione tra gli indirizzi della Costituzione repubblicana e quelli dei Trattati europei, è stata da lungo tempo posta l'affermazione - da parte della Corte Costituzionale - della primazía del diritto comunitario. Nello stesso tempo, la nostra Carta è entrata a far parte del "patrimonio costituzionale comune" riconosciuto e valorizzato dalla Corte di giustizia europea.
Non a caso dunque, nemmeno negli ultimi decenni di intenso confronto sul tema delle riforme istituzionali, è stato portato avanti alcun progetto di revisione della prima parte della Costituzione repubblicana, né dei suoi "Principi fondamentali". Il confronto si è concentrato sulla seconda parte della Carta, sull' "ordinamento della Repubblica". D'altronde, la Carta del '48 non è mai stata considerata un tutto intoccabile. Si dimentica talvolta che in questi sessant'anni - tra il 1963 e il 2005 - sono stati modificati, sostituiti, aggiunti 38 articoli o commi della Costituzione. Nella prima parte, l'articolo in cui è stato introdotto il "diritto di voto dei cittadini residenti all'estero", e, più di recente, l'articolo nel quale è stato inserito il comma sulle "pari opportunità tra donne e uomini". Nella seconda parte della Costituzione, l'intero Titolo V, e articoli di particolare significato e rilievo come quello che ha sancito, nel 1999, i principi - vale la pena di ricordarlo - del giusto processo.
Sull'ordinamento della Repubblica, il Parlamento è dunque intervenuto, attraverso apposite leggi costituzionali, ripetutamente, in legislature lontane e vicine ai nostri giorni. Ma ben al di là di ciò si è più volte aperto il confronto su revisioni di assai più ampia portata, tali da investire anche la forma di governo disegnata nella Costituzione del '48. A questo proposito risulta ancor oggi indicativo il progetto presentato nel 1994 dalla Commissione bicamerale allora presieduta dall'on. Iotti. Indicativo nel senso che esso si riallacciò a posizioni già emerse nel dibattito svoltosi in seno all'Assemblea Costituente.
Non sfuggì infatti, in quel dibattito, il rischio che l'ordinamento della Repubblica presentasse il punto debole di un'insufficiente garanzia della stabilità dell'azione di governo : stabilità legata anche - come l'esperienza politica e istituzionale dei decenni successivi avrebbe meglio chiarito - al grado di efficacia dei processi decisionali. Si è richiamato e si richiama, nelle discussioni su questi temi, come particolarmente significativa l'approvazione largamente maggioritaria, nel settembre 1946, da parte dell'apposita Sottocommissione dell'Assemblea Costituente, dell'ordine del giorno Perassi. Se ne è ricordata la formulazione severamente ammonitrice : ci si pronunciò "per l'adozione del sistema parlamentare da disciplinarsi tuttavia con dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell'azione di governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo". Ma quei "dispositivi" non vennero adottati dai Costituenti per preoccupazioni e ragioni - legate a quella fase politica - che in sede di analisi storica si è cercato di ricostruire.
Il filo di quell'approccio sarebbe stato ripreso solo molti decenni dopo, con le proposte contenute - come ho appena ricordato - nel progetto di riforma del 1994, il primo sottoposto al Parlamento dopo le ampie discussioni e conclusioni della precedente Commissione Bozzi. E' tuttavia un dato di fatto che tale progetto, per circostanze politico-istituzionali ben note, non poté essere discusso e votato nelle Assemblee di Camera e Senato, pur avendo ottenuto un ampio consenso in Commissione.
Ed è un dato di fatto, ancor più rilevante, l'accantonamento che alcuni anni più tardi toccò in sorte ad altro, più ambizioso progetto di revisione della seconda parte della Costituzione, elaborato nel 1997 dalla Commissione bicamerale presieduta dall'on. D'Alema ed esaminato in Assemblea dalla Camera dei Deputati tra il gennaio e il maggio del 1998. Se si considera come al mancato coronamento di quello sforzo pur dispiegato con grande dispendio di energie e ricchezza di contributi, e in uno spirito di ricerca della più larga unità, sia seguita la vicenda della legge di modifica della parte seconda della Costituzione approvata nel 2005 dal Parlamento a maggioranza ma respinta nel successivo referendum popolare confermativo, è giocoforza trarne alcune conclusioni.
Innanzitutto, sono risultate non sufficientemente riconosciute le esigenze, e non mature le condizioni, di un'opera di complessiva riscrittura del testo costituzionale sull'ordinamento della Repubblica. E' questa una constatazione oggettiva, che prescinde da ogni valutazione polemica sulle posizioni e sulle responsabilità dei diversi schieramenti politici.
Nello stesso tempo, risulta perfettamente comprensibile e perseguibile l'intento di procedere alla revisione di specifiche norme costituzionali, che si giudichino non più rispondenti ad esigenze di corretta ed efficace articolazione dei poteri nel sistema delle istituzioni repubblicane.
Tali esigenze non possono essere negate né minimizzate. E' vero che a partire dall'inizio degli anni '80 si adottarono modifiche nei regolamenti parlamentari, mentre altre sono successivamente intervenute nella prassi, che hanno accresciuto le garanzie per un più tempestivo e sicuro svolgimento dell'azione di governo, per un più sostenibile equilibrio tra prerogative del Parlamento e diritto-dovere di governare. Ma non c'è dubbio che restino e si manifestino squilibri e distorsioni, fattori di confusione e di tensione su diversi piani - nei rapporti tra legislativo ed esecutivo, ed anche nei rapporti tra istituzioni centrali ed istituzioni regionali e locali : si è di queste ultime potenziata l'autonomia, allargata l'area di responsabilità e di decisione, superando un vecchio modello di Stato accentrato, ma senza trarne tutte le conseguenze. Ebbene, è innegabile che alle diverse persistenti contraddizioni e inadeguatezze dell'ordinamento della Repubblica si possa porre riparo intervenendo su alcune disposizioni della seconda parte della Costituzione.
Ho perciò più volte auspicato che in quella direzione le forze politiche si impegnassero avviando un realistico confronto - nella ricerca del necessario e possibile consenso - su talune, essenziali e ben delimitate proposte di riforma dell'ordinamento costituzionale. Proposte che abbiano loro ragioni, di più lungo periodo, rispetto a un distinto e parallelo cammino - che pure ho auspicato - di riforma elettorale. Più in generale, ogni discorso sulla Costituzione deve prescindere da calcoli contingenti, caratterizzarsi per la sua autonomia e la sua ponderazione.
Naturalmente, qualsiasi posizione culturale o politica favorevole a più drastici mutamenti del modello di riferimento della seconda parte della Costituzione repubblicana, può essere legittimamente sostenuta nel dibattito pubblico. Ma siffatti eventuali mutamenti vanno colti e prospettati nella loro complessità; le loro implicazioni e le loro incognite non possono essere eluse, ed è bene rifuggire - nell'ipotizzarli - da semplificazioni e miracolismi.
Un problema di equilibri istituzionali si pone comunque in un sistema democratico. Nell'unico paese europeo in cui sia stato introdotto il regime semi-presidenziale, con l'elezione di un Capo dello Stato partecipe dell'esercizio di poteri di governo, è oggi in corso un processo di riforma dettato anche dal riconoscimento di una carenza di "contropoteri", e dunque rivolto, tra l'altro, al "riequilibrio delle istituzioni", al rafforzamento del ruolo del Parlamento, al riconoscimento del ruolo dell'opposizione. E negli Stati Uniti, nel sistema presidenziale per eccellenza, opera un forte Parlamento, opera un insieme di controlli e bilanciamenti che ha fatto grande la democrazia americana.
In realtà, dovunque, quale che sia il quadro istituzionale, la speditezza del processo decisionale è chiamata a fare i conti con la realtà dei conflitti e dei rapporti di forza politici. Se per l'Italia la via concretamente perseguibile, la più ponderata e saggia è - secondo l'opinione di molti - quella di un riequilibrio entro la forma di governo parlamentare, si deve essere ben consapevoli del fatto che la stabilità dei governi e la tempestività delle decisioni anche legislative, resteranno sempre legate in non lieve misura al livello di aggregazione e di coesione tra le forze politiche che si alternano alla guida del paese, al loro grado di rappresentatività, alla loro autorevolezza.
La ricorrenza del 60° anniversario dell'entrata in vigore della Costituzione ci sollecita a un grande impegno comune per porre in piena luce i principi e i valori attorno ai quali si è venuta radicando e consolidando l'adesione di grandi masse di cittadini di ogni provenienza sociale e di ogni ascendenza ideologica o culturale al patto fondativo della nostra vita democratica. Quei principi vanno quotidianamente rivissuti e concretamente riaffermati : e, ben più di quanto non accada oggi, vanno coltivati i valori - anche e innanzitutto morali - che si esprimono nei diritti e nei doveri sanciti nella Costituzione. Nei doveri non meno che nei diritti. Doveri, a cominciare da quelli "inderogabili" di solidarietà politica, economica e sociale, che debbono essere sollecitati da leggi e da scelte di governo, ma debbono ancor più tradursi in comportamenti individuali e collettivi.
Non posso non rilevare come invece troppi siano oggi i casi di non osservanza delle leggi e delle regole, di scarso rispetto delle istituzioni ma anche di scarso senso del limite nei rapporti tra le istituzioni, di indebolimento dello spirito civico e, in ciascuno, del senso delle proprie responsabilità. Così come non posso non esprimere allarme per ogni smarrimento di valori essenziali come quello della tolleranza e della libertà di confronto tra diverse posizioni di pensiero e ideali. Da tutto ciò traggo più che mai l'incitamento a un forte ancoraggio nei principi e nello spirito della Costituzione nata sessant'anni orsono.
Signori Presidenti,
onorevoli parlamentari,
Signore e Signori,
l'Italia vive, insieme con l'Europa, tutte le incognite, le sfide e le tensioni del mondo che ci circonda, con le sue molteplici, incalzanti trasformazioni. E' mia convinzione - da voi, ne sono certo, sostanzialmente condivisa - che non manchino al nostro paese le forze per superare le prove di questa fase storica e di questo cruciale momento. E' però necessario porre mano a quel rinnovamento della vita istituzionale, politica e civile, in assenza del quale la comunità nazionale, in tutte le sue parti, sarebbe esposta a crisi gravi.
La condizione del successo è in un concorso di volontà, che non può, non deve mancare. Un concorso di volontà più forte di tutte le ragioni di divisione, pur nello svolgimento di una libera dialettica politica e sociale. Ci unisce e ci incoraggia in questo sforzo la grande, vitale risorsa della Costituzione repubblicana. Non c'è terreno comune migliore di quello di un autentico, profondo, operante patriottismo costituzionale. E', questa, la nuova, moderna forma di patriottismo nella quale far vivere il patto che ci lega : il nostro patto di unità nazionale nella libertà e nella democrazia.

martedì 22 gennaio 2008

Il fondamento della democrazia ( Aristotele, Politica, 1317 a 40 - b 13 )

Il fondamento dell’ordinamento democratico è la libertà ( questo infatti usiamo dire, che la sola forma di governo è godere della libertà: dicono infatti che ogni democrazia abbia questo proposito ). Il primo fondamento della democrazia, poi, è comandare ed essere comandati alternativamente. Ed infatti è giusto, democratico ed egualitario considerare non in base al valore ma al numero, e, se questo è giusto, è necessario che il popolo abbia il potere e, ciò che soddisfi la maggioranza sia anche il giusto ed il fine. Dicono infatti che è necessario che ciascun cittadino possegga il medesimo potere, cosicché in democrazia abbiano più potere coloro che sono senza mezzi di coloro che ne hanno molti; infatti sono di più, perché si è deciso che abbia valore ciò che è parso meglio alla maggioranza. Questa è la prima dimostrazione della libertà, che tutti i sostenitori della democrazia ritengono tratto caratteristico della loro forma di governo; in secondo luogo poter vivere come ciascuno desidera: questo dicono che sia il compito della democrazia, benchè allo schiavo non sia concesso di vivere come desidera.
(testo e traduzione dal sito http://www.antiqvitas.it/)

giovedì 17 gennaio 2008

Referendum elettorale

La notizia compare sul sito della Corte costituzionale nello stile forse anche troppo sobrio dell'istituzione ma rimbalza tra le testate giornalistiche con un fragore senza precedenti. Il tutto appena attutito prima, dal clamore tutto italiano sulla vicenda del Papa e della Sapienza e poi dallo sconcerto (forse solo di facciata) per l'affaire Mastella.
Invito i lettori ad andare sul sito dell'alta Corte per cercare traccia dei risultati della Camera di consiglio che ammette i referendum elettorali, forse l'unica via di uscita da questa specie di oligarchia che vestita da democrazia, sbeffeggia da anni il popolo del Bel paese. Troveranno forse tra l'assenza di chiare indicazioni e nessuna spiegazione, la copia del documento finale (LINK): come a dire che sono fatti degli Italiani se vogliono capirci qualche cosa. Probabilmente nel misero stipendio dei componenti la Corte e dei pochissimi e certamente sottopagati collaboratori, non è ricompreso alcun compenso per fornire ai loro "stakeholders", (i cittadini italiani) alcun genere di chiarimento. Che andassero a prendersi tutti una laurea in giurisprudenza questi ignorantoni di Italiani, i poveri componenti la Corte non possono perdere tempo a farsi capire da loro.
Comunque oggi noi italiani gli vogliamo bene lo stesso, perchè ci sentiamo un poco più liberi: nel nostro futuro c'è una pur piccola possibilità di accendere nuovamente una luce di speranza per la democrazia in Italia e lo dobbiamo ai nostri giudici costituzionali.

Edoardo Capulli

venerdì 11 gennaio 2008

Il Papa ed il Sindaco di Roma

Giuseppe e Walter, Ratzinger e Veltroni, Benedetto XVI ed il prescelto del popolo democratico. Ci sarebbe materia per vedere una moltitudine di significati nelle parole espresse soprattuto dal Papa, in occasione dell'incontro annuale. Ma è proprio in questo aggettivo aggettivo che si nasconde forse l'unico e vero significato da cercare: parliamo dell'incontro che tutti gli anni il Vescovo di Roma, il Papa per l'appunto, fa con gli amministratori della città capitolina. In questo millennio, in questo secolo, in questo quinquennio, c'è un sindaco che si chiama Walter Veltroni. Dal punto di vista di un'istituzione millenaria come la Chiesa di Roma, tutto il resto conta davvero poco, almeno in questa sede. Se leggiamo però direttamente le parole del Pontefice, rifiutando per una volta l'ausilio di stormi di commentatori interessati, troviamo veramente le parole che un Pastore deve dire, all'amministratore del posto in cui vive il suo gregge. Nessuno sconto, nessuna cautela per gli altri significati che immancabilmente molti avrebbero voluto farci vedere, nessuna particolare voglia di infierire: solo la verità. In una città ed in un tempo in cui i riflettori sono con una certa costanza puntati sulle molte cose buone che avvengono, il Vescovo da visibilità alle zone in ombra e le porta alla luce. Se leggiamo il resoconto del quotidiano Avvenire, dell'incontro avvenuto non uno ma addirittura due anni fa, l'11 gennaio 2006, vediamo come questi temi fossero presenti con forza già allora. Allora dico questo al coraggioso e capace Walter Veltroni: di essere contento di aver trovato un amico nel Vescovo di Roma, Papa Ratzinger. Si perché quando sei molto in alto, solo gli amici veri pur riconoscendo i tuoi meriti, ti ricordano anche i tuoi punti deboli, ti riprendono con pacatezza mostrandoti che non è tutto a posto. Nessun nemico mai ti mostrerà i tuoi errori se non quando sia troppo tardi.
Ma Walter questo lo ha già capito, ne sono certo, da persona estremamente intelligente quale è.

Edoardo Capulli

sabato 5 gennaio 2008

I 60 anni della Costituzione

Vedere gli spot in televisione per i 60 anni della nostra Costituzione è una bella cosa. Noi Italiani abbiamo davvero una della migliori carte costituzionali del mondo e dobbiamo esserne fieri. I nostri sentimenti non devono però fermarsi qui e per esercitare il nostro comprensibile orgoglio nazionale dovremmo tutti, personalmente, meritarcelo. Dovremo chiederci se siamo dalla parte di chi opera per far valere i principi costituzionali o da quella avversa. Ed allora vediamo un po alcuni di questi principi e la loro traduzione nei fatti di oggi, in Italia.

Art. 1.
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Intanto nel 2007, secondo i dati ISTAT, il numero di occupati è solo il 69% della popolazione tra i 19 ed i 60 anni ; su cosa è fondata la Repubblica di quel 31% che non risulta occupato ?

In quanto alla sovranità dovremo deciderci tutti a capire veramente se appartiene al popolo, che non può neppure scegliere quali candidati eleggere, od alle segreteria dei partiti. Forse nel giorno del Referendum, un comune scatto di reni potrebbe dirimere per qualche tempo la questione.

Art. 2.
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Ho qualche perplessità sullo stato dell'arte relativamente al diritto alla giustizia ed alla salute: i tempi biblici, le attese troppo lunghe ed i guai che abbiamo tutti davanti agli occhi (eccetto forse i connazionali dell'Alto Adige), sono tristi testimoni a sfavore.
Sull'adempimento dei doveri INDEROGABILI di solidarietà politica poi, abbiamo grandi Maestri, seduti nei due rami del parlamento, in entrambi gli "schieramenti".

Art. 3.
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Bell'articolo davvero. Ah, se solo si riuscisse ad applicarlo pienamente. Avremmo le migliori scuole al posto delle mediocri che ci circondano, avremmo una compagine politica snella ed orgogliosamente efficiente, avremmo meno spazzatura per strada e nei palazzi.

Mi spiace sentirmi come Grillo, ma devo dire sinceramente che la lettura di questi tre meravigliosi articoli oggi, mi riempie il cuore di tristezza e di sconforto. Ma forse sono solo triste perché da domani mi metterò a studiare nel dettaglio la Legge Finanziaria, abbiate compassione di me.

Edoardo Capulli

mercoledì 2 gennaio 2008

La Casta e le Comunità montane

Sto leggendo il famoso libro "La Casta" dei giornalisti Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. Leggo solo qualche pagina al giorno per limitare lo sdegno e l'abbattimento che mi assale, a livelli almeno sopportabili mentre scopro un campionario quantomai deludente della peggiore classe politica italiana. Bravi Rizzo e Stella !
Se si vuole dare uno sguardo su un buon insieme di nefandezze che molti fannulloni e malandrini che si fanno chiamare a torto "politici" compiono alle nostre spalle, o meglio con la nostra complicità, dovuta ad una colpevole indifferenza, questo libro è quello che ci vuole.
Voglio quindi andare subito al nodo di un punto molto concreto: nelle prime pagine del libro si parla di una comunità montana che apparirebbe decisamente squallida, la Murgia Tarantina, in Puglia. Il caso è davvero curioso dato che una visita al sito web dell'ente sembra accreditare la notizia riportata nel libro che l'altitudine media dei comuni afferenti è di soli 213 metri !
Andando a sbirciare sul sito della Direzione centrale della Finanza locale del Ministero dell'Interno i dati del cosiddetto Certificato al conto del bilancio, troviamo nel quadro 1 che la superficie dichiarata come "montana" è solo il 24% di quella totale. E' incredibile poi girare sia il sito della comunità, come quelli dei comuni che vi partecipano, per non riuscire a trovare neppure una foto od un semplice cenno al tema della "montagna".
Tuttavia il Presidente ed i 6 assessori ci sono veramente, anche se fanno parte dei 27 consiglieri e non si sommano a questi come apparirebbe dal libro. In sostanza questo ente serve certamente anche per pagare circa € 260.000,00 tra stipendi ed IRAP (gli enti la pagano con l'8,50% sugli stipendi), oltre a servizi e consulenze per circa € 160.000,00 l'anno. La quota di interessi sui mutui nel 2006 era di poco meno di € 19.000,00 e le spese in conto capitale, ossia per investimenti, erano meno di € 160.000,00: la fotografia di un ente che sembra davvero fare poco o niente per la collettività.
Viene da chiedersi come mai nessuno dei 27 consiglieri, tra cui il Presidente e gli Assessori, abbia avuto un moto di ribellione per questa molto probabilmente squallida ed artificiosa manovra di costruzione di un'ente inutile e costoso. Ma dove è finita la gente veramente onesta, capace di ribellarsi alle ingiustizie anche quando queste le possono favorire personalmente ? I dati di bilancio mi fanno pensare che, contrariamente a quanto stimano i due giornalisti, gli assessori ed il Presidente non guadagnino forse poi molto, almeno in relazione al massimo che potrebbero pretendere od a cifre che troviamo in rete, relative a loro colleghi di altre regioni.
In ogni caso raccomando a questi signori e signora, dato che solo una è donna, la lettura dei commi dal 16 al 22 dell'Art. 2 della Legge n° 244/2007, ossia della Finanziaria 2008. Parrebbe che o di riffa o di raffa, la loro comoda ed inutile, per i cittadini, poltrona, gli stia per essere levata di sotto entro la fine del 2008.
Sapranno inventarsi qualche altra cosa per sbarcare il lunario ? Scriveranno magari loro un libro a 56 mani per denunciare il torbido mondo dei giornalisti di inchiesta e degli autori di blog ?

Edoardo Capulli

domenica 23 dicembre 2007

Buon Natale e Buon Anno

Auguro ai lettori di queste pagine un sereno Santo Natale ed ogni bene per il nuovo anno che è alle porte.
Nel 2008 mi impegnerò a far si che LEXCIVILIS, questo piccolo esperimento di "cura" dei valori della civiltà, riesca ad andare avanti. Più di un amico è incappato per caso nelle pagine di questo Blog e questo mi ha fatto molto piacere. Sarei contento di pubblicare interventi di chi si senta in sintonia con lo spirito di questa iniziativa: ricordo il desiderio iniziale di creare uno spazio dove possano convivere "civilmente" posizioni ed idee anche molto diverse. Abbiamo bisogno di partecipazione, di rispetto, di educazione, di accettazione degli altri, in una sola parola di "civiltà".
Buon Natale e Buon Anno

Edoardo Capulli

sabato 15 dicembre 2007

Il problema dell'Italia è che ...

Quante volte abbiamo ascoltato o pronunciato queste parole, all'inizio di un discorso intonato a sentenza su cosa effettivamente non funzioni in Italia. E' un modo di dire del tutto comune. La cosa curiosa è che la prosecuzione di questa frase, titolo di questo brano è sempre diversa. Qualche sera fa, a cena da amici, un commensale , rientrato in Italia dopo anni passati all'estero, mi spiegava che "il problema dell'Italia è che bisogna aspettare ben quattro mesi per avere un telefono, mentre in Lituania in tre giorni aveva tutto, ADSL compresa". E poi ancora "il problema dell'Italia è che è complicatissimo riuscire a circolare con una macchina comprata all'estero, bisogna prima passare le forche caudine di una motorizzazione piena di persone disinformate e di burocrati inefficienti". Gli ho detto che lui non mi stava parlando strettamente dei problemi della nostra nazione ma dei suoi problemi, ostacoli in cui lui era personalmente incappato.

Ed è proprio qui il centro della questione: "i problemi dell'Italia" sono l'insieme dei problemi simili degli italiani ma "Il problema dell'Italia" è che ciascuno si indigna e si attiva solo per i suoi. Come a dire che in un popolo di perfetti individualisti, sono davvero pochi quelli che accettano di farsi carico della soluzione di problemi che non li tocchino veramente da vicino. Il senso civico è forse un termometro di quanto riusciamo ad alzarci dalla nostra situazione particolare per abbracciare una prospettiva più ampia e condivisa: inutile quindi farsi illusioni.

Alla fine della cena abbiamo esploso lungamente l'argomento, fino alle due di notte, per arrivare a dire che di "problemi dell'Italia" ce ne sono veramente molti. Talmente tanti che forse sarebbe stato inutile curarli tutti, uno ad uno. Ci è apparso allora chiaro, per quanto possibile data l'ora, paragonare l'Italia ad una persona che presenti i sintomi di uno o forse di più avvelenamenti: presenterebbe una quantità di disturbi che sarebbe inutile curare singolarmente. Meglio quindi capire la natura dei veleni e procedere ad una disintossicazione.

Quali sono questi "veleni" che intossicano il paese a lasciano dietro di se una moltitudine di effetti collaterali ? Posso solo iniziare qui una lunga discussione che necessariamente dovrà svolgersi in diverse puntate, in un lungo periodo di tempo.

Antepongo una breve riflessione: il corpo umano dispone se in salute, di un efficiente sistema immunitario e di meccanismi di rigetto dei veleni. Dispone il paese di un modo per riconoscere i problemi dei suoi cittadini e per adottare velocemente efficaci soluzioni ?

Dovessi velocemente dire il primo "veleno" che mi venisse in testa, direi senza indugio: l'eccessivo peso dei politici. Peso riconosciuto da molti, se non da tutti come sproporzionato: sono innanzitutto troppi.

Si fa un gran parlare dell'alto costo della politica, credo io, del tutto a vanvera. Si confonde la gente facendole credere che il costo della politica sia negli alti stipendi dei nostri amministratori, una vera stupidaggine. I costi diretti della politica sono in realtà bene in chiaro e di per se dovrebbero almeno garantire una buona qualità dell'azione dei nostri amministratori ed una migliore autonomia. Molto maggiori sono i costi indiretti, questi si, veramente dannosi per tutti, anche perché nascosti e per questo insidiosi. Sto parlando del fatto che abbiamo amministrazioni centrali e locali sovrappopolate; ad esempio un comune di 5.000 abitanti può tranquillamente avere ben cinque assessori, oltre al sindaco ed al vicesindaco. Inoltre questo comune può anche partecipare ad un'unione di comuni che lungi da assorbire risorse politiche, umane e materiali dagli enti partecipanti al fine di garantire una maggiore economia di scala, moltiplica gli incarichi. Questo comune poi può fare lo stesso gioco con una comunità montana.
Costi indiretti sono quelli legati alla miriade di Aziende speciali partecipate dai comuni che assumono molta gente per fare quasi sempre male un lavoro che competeva all'ente originario: solo che così si possono retribuire nuovi amministratori ed intorbidare i conti. Provare a chiedere se il vostro comune dispone sempre della copia del bilancio di tutte le sue Aziende o se è costretto a trovarsi spesso in una condizione di assoluta incertezza.
Costi indiretti sono legati all'influenza che i politici hanno indubbiamente in troppe delle scelte operative degli enti guidati; c'è qualcuno che pensa ancora che non ci sia nessun politico pronto a garantire che i suoi amici non debbano soffrire troppo lo stress di una gara per la fornitura di prodotti o servizi ? Non è un costo alto azzerare in molti casi la giusta competizione tra aziende per la qualità della loro offerta ?
Altri costi sono ad esempio la retribuzione di una pletora di gente che segue le nuove amministrazioni, per costituire i cosiddetti uffici di staff di cui veramente pochi hanno sentito parlare bene in termini di risultati utili ai cittadini. Uffici che si occupano di immagine, di comunicazione, di analisi, ossia attività che potrebbero essere svolte internamente od acquistate da validi professionisti in un regime di provata professionalità e di ricerca della maggiore convenienza.
Costi indiretti sono ... ce ne sono veramente molti, pensate al disastro della gestione amministrativa della Sanità in gran parte del paese e ditemi se non sia una conseguenza della politica ! Elencare tutti questi costi oggi, non serve, cercherò di farlo un po per volta nei post futuri.

Edoardo Capulli

sabato 24 novembre 2007

Telepass: ma perchè paghiamo di più ?


La scorsa estate l'amico Nicholas di Londra, mi chiedeva, con ironia tutta inglese, come mai in Italia chi utilizza il sistema Telepass, paga più di chi usa i contanti al casello. A dire il vero, ancora oggi non saprei cosa rispondergli !
Chiariamo subito che la questione è fondata: chi usa il Telepass, spende di più rispetto a chi paga in contanti.
Per capire meglio, partiamo dalla semplice considerazione che gli utenti pagano per poter utilizzare le autostrade. In prima analisi sembra logico a tutti che l'uso di un sistema automatico di pagamento costi meno dell'impiego di risorse umane. In tal caso sarebbe ottimo veder tradurre il minor costo in un minore prezzo di pedaggio.
Di questo tema non sembra esserci traccia in internet. Pare che la cosa non sorprenda nessuno e persino il sempre presente ministro Antonio Di Pietro se ne è occupato molto marginalmente in un post del 21/07/2006.
Nel frattempo il numero degli apparati Telepass in circolazione cresce moltissimo (Rif. pag. 48 Relazione al Bilancio), nel solo 2006 arriva ad un totale di 5.336.523. Rispetto al 2005:Questo fatto, dato che i contratti Telepass prevedono sempre costi una tantum o canoni periodici, genera continuamente maggiori ricavi oltre la normale quota legata al pedaggio. Telepass Family infatti prevede un canone trimestrale o mensile (a seconda dei Km percorsi) pari ad € 3,72, Telepass con Viacard su conto corrente ha un canone di € 1.24 mensile ma riscuote il canone annuale di Viacard di € 15,49. Telepass ricaricabile è priva di canone ma, a differenza degli altri tipi, prevede un costo fisso una tantum per l'apparato, pari ad € 49,90. (Tutti gli importi qui sopra riportati sono comprensivi di IVA).Mi chiedo allora se sia giusto che si sia potuta realizzare questa condizione: ossia che a fronte di evidenti minori costi per l'automazione di un servizio, i clienti siano addirittura costretti a pagare di più. Non stiamo parlando di grandi cifre ma questo, invece che tranquillizzarmi, forse mi preoccupa maggiormente: dove ci si permette il poco, ci si può permettere il molto. Vorrei ad esempio non sentirmi preso in giro dalle pubblicità che dicono che Telepass è conveniente e che fa risparmiare. Un'ultima parola su Telepass Premium, tanto pubblicizzata in questi ultimi tempi: si tratta di un pacchetto di sconti ed agevolazioni che comprende anche l'assistenza stradale, pagando un sovra canone tutto sommato modesto. Non è quindi questo che può far dire che Telepass conviene, dato che ancora una volta, e qui non ho nulla da dire, paghiamo un poco di più.

Forse tocca a LEXCIVILIS sollevare questo tema; lo faremo fornendo per prima cosa alcuni dati ufficiali, presi dalla Relazione e Bilancio 2006 di Autostrade S.p.A. per tentare di trarne delle conclusioni.
Il progressivo incremento dell'automazione dei pagamenti del pedaggio incrementa l'efficienza operativa, ossia il bilancio tra i benefici attesi e le risorse impiegate. Questo semplice fatto è ribadito dall'Amministratore Delegato di Autostrade, l'ing. Giovanni Castellucci, nella Lettera allegata al Bilancio 2006.
Nel 2006, l'esazione del pedaggio con Telepass ha raggiunto il 50% contro il 30% di quella mediante contanti in porta manuale (Rif. pagg. 30 e 80 Relazione al Bilancio). Se consideriamo che a fianco del Telepass, di cui da tempo esistono diverse tipologie, esistono altre modalità di esazione automatica vediamo che tutte concorrono a determinare nel 2006 il 69.31% contro il 30,00% del vecchio sistema manuale; il restante 0,69% è dovuto a scioperi, violazioni, altro. Rispetto al 2005 il sistema di riscossione manuale è sceso del 4,20%, mentre quelli automatici salgono del 6,22%. In termini assoluti i pagamenti con il sistema manuale diminuiscono di 12.686.095 unità, mentre sono ben 39.173.371 in più quelli realizzati con i sistemi automatici (di quelli Telepass sono 30.051.703).
Parlando poi di risorse umane (Rif. pag. 131 Relazione al Bilancio), non appare azzardato accostare il dato precedente alla diminuzione del 3,7% del corpo esattoriale medio, soprattuto se vediamo come ciò permetta di mantenere invariato il numero di riscossioni manuali al giorno per esattore (da 228 nel 2005 a 227 nel 2006). Se il numero medio degli esattori non fosse diminuito si sarebbe invece passati da 228 riscossioni giornaliere nel 2005 a sole 219 nel 2006. Sembrerebbe che la diminuzione di questa parte dell'organico sia funzionale a mantenere lo stesso livello di produttività nella specifica attività di esazione manuale; certo può anche trattarsi di una coincidenza data dai numeri.
Ricapitoliamo i dati fin qui visti: aumentano di molto le esazioni fatte con sistemi automatici e diminuiscono quindi quelle manuali ed in contanti, mentre nel contempo diminuiscono anche gli esattori, esattamente in modo tale da mantenere costante il numero di esazioni manuali giornaliere pro capite.

Nel frattempo il numero degli apparati Telepass in circolazione cresce moltissimo (Rif. pag. 48 Relazione al Bilancio), nel solo 2006 arriva ad un totale di 5.336.523. Rispetto al 2005:
* aumento Telepass Family = + 372.000
* aumento di Telepass Businnes = + 109.000
* aumento di Telepass Ricaricabile = + 9.000
Questo fatto, dato che i contratti Telepass prevedono sempre costi una tantum o canoni periodici, genera continuamente maggiori ricavi oltre la normale quota legata al pedaggio. Telepass Family infatti prevede un canone trimestrale o mensile (a seconda dei Km percorsi) pari ad € 3,72, Telepass con Viacard su conto corrente ha un canone di € 1.24 mensile ma riscuote il canone annuale di Viacard di € 15,49. Telepass ricaricabile è priva di canone ma, a differenza degli altri tipi, prevede un costo fisso una tantum per l'apparato, pari ad € 49,90. (Tutti gli importi qui sopra riportati sono comprensivi di IVA).

Questi proventi da canoni nel 2006 sono pari ad € 61.100.000 (Rif. pagg. 48 Relazione al Bilancio). Combinando i dati di aumento del numero degli apparati dei diversi sistemi di Telepass, con le condizioni di canone o di costo iniziale, possiamo stimare in oltre € 11.000.000 l'incremento che questa voce ha portato nel 2006. Questo dato emerge comunque in modo chiaro verificando che nel 2005 i ricavi da canone Telepass erano € 54.800.000: un incremento nel 2006 del 21%.
Ricapitoliamo: il meccanismo alternativo dei canoni, delle quote associative e della quota iniziale, combinato per i diversi tipi di Telepass e rapportato per il numero medio di nuovi apparati nel 2006, fa si che Autostrade realizzano un profitto non legato ai pedaggi, di €61.100.000. Stiamo parlando di un maggior ricavo che pesa per 12,6 €cent su ogni singola operazione Telepass (484.078.720 operazioni Telepass nel 2006 - Rif. pagina 81 Relazione al Bilancio).

Mi chiedo allora se sia giusto che si sia potuta realizzare questa condizione: ossia che a fronte di evidenti minori costi per l'automazione di un servizio, i clienti siano addirittura costretti a pagare di più. Non stiamo parlando di grandi cifre ma questo, invece che tranquillizzarmi, forse mi preoccupa maggiormente: dove ci si permette il poco, ci si può permettere il molto. Vorrei ad esempio non sentirmi preso in giro dalle pubblicità che dicono che Telepass è conveniente e che fa risparmiare. Un'ultima parola su Telepass Premium, tanto pubblicizzata in questi ultimi tempi: si tratta di un pacchetto di sconti ed agevolazioni che comprende anche l'assistenza stradale, pagando un sovracanone tutto sommato modesto. Non è quindi questo che può far dire che Telepass conviene, dato che ancora una volta, e qui non ho nulla da dire, paghiamo un poco di più.

Edoardo Capulli

LINK: il Bilancio 2006 del Gruppo Autostrade

domenica 4 novembre 2007

Costituzione, libertà di stampa e Blog

Si è parlato tanto del famoso disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri del 3 agosto sulla riforma dell'editoria che metterebbe a rischio la libertà dei blogger. Si tratta del DDL Prodi, Levi contro il quale si sono alzati gli scudi dei blogger e si è abbattuta la critica del ministro Antonio Di Pietro. Personalmente ho fatto fatica a farmi un'opinione almeno fino ad oggi, quando dopo una lunga ricerca internet, ho finalmente trovato il testo.

Per logica, mi sarei aspettato di trovare il testo del DDL allegato al resoconto della seduta del consiglio dei ministri o quantomeno nell'elenco dei PDL (progetti di legge) o DDL (disegni di legge) alla Camera od al Senato. Invece niente !

Neppure negli allegati ai resoconti della VII commissione permanente della Camera (Cultura), presso la quale mercoledì 24 ottobre, dalle 15:10 alle 16:15, si è svolta l'audizione del sottosegretario Ricardo Franco Levi, vi è traccia del testo del disegno di legge.

Alla fine, tuttavia il testo è saltato fuori dal sito del ministro Antonio Di Pietro, al quale va tutta la mia gratitudine ed ammirazione, per il mirabile lavoro di trasparenza ed informazione che sta facendo. In questo caso almeno, il ministro è stato come la parete di vetro della casa dei segreti: bravo !

LINK al testo del disegno di legge sul riordino dell'editoria

Il riferimento all'Art. 21 della Costituzione è nell'Art. 1, Finalità generali del disegno di legge. I punti incriminati, sembra proprio a ragione, sono in particolare quelli definiti dagli articoli 5, 6 e 7. Il sottosegretario ha più volte smentito a mezzo stampa l'applicabilità di tale futura legge ai blog od ai vari siti di informazione a titolo gratuito e personale, pubblicati su internet: dice che sarà necessario comunque regolamentare ad esempio i contenuti web di giornali od emittenti presenti come operatori economici nel mercato dell'informazione. Sembra evidente che tale indirizzo si possa attuare solo ed unicamente cambiando i contenuti del DDL e non altrimenti.

Una piccola sorpresa la abbiamo se leggiamo il testo di un'altra audizione tenuta del sottosegretario Levi, giovedì 26 ottobre dalle 11:10 alle 13:00 sempre presso la Commissione VII (Cultura, Scienza e Istruzione) della Camera. Si parla degli interventi a favore dell'editoria previsti nella nuova manovra finanziaria ma, ad un certo punto (Rif. pagina 6, metà inferiore della seconda colonna, del testo pdf), il sottosegretario parla anche del famoso DDL. Leggendo attentamente scopriamo che:
  • la bozza del DDL è stata elaborata da "una commissione di esperti di diritto e di economia esperti di diritto amministrativo, di diritto penale, di diritto civile ed esperti di economia delle imprese editoriali";
  • la commissione è guidata dal Professor Cheli;
  • è stato chiesto alla commissione di "predisporre da subito un calendario di audizioni con gli attori del mondo dell’editoria e con le associazioni e le organizzazioni che lo rappresentano – dalla Federazione degli editori alla Federazione dei giornalisti, alle varie associazioni che raccolgono le imprese dell’editoria – e con le Commissioni parlamentari".
La sorpresa nasce da due domande che mi faccio:
  1. si sono scomodati (e temo anche, pagati) fior di esperti e di professori per partorire un Disegno di Legge definito da un ministro come "liberticida" ed attaccato dalla quasi totalità dei cittadini che popolano internet ?
  2. perché le rassicurazioni del sottosegretario alla stampa non sono state seguite dall'inserimento nel calendario delle audizioni della famigerata commissione di parte della popolazione di internet o da una fase di studio del problema dell'informazione spontanea e libera ?
Nei programmi del governo, il DDL sarà pronto e maturo a primavera, vegliate gente a che le pur buone e chiare intenzioni dell'esecutivo, si traducano in qualcosa di meglio ...
Edoardo Capulli

venerdì 2 novembre 2007

La Legge di Dio, la Legge dei Santi, la Legge dell'Uomo

La festività cattolica di oggi offre lo spunto per parlare di una legge di ordine diverso, la Legge di Dio.
Per correttezza verso gli improbabili lettori di queste pagine, dico che questo scritto sarà lungo; a mia discolpa tuttavia vi sia il fatto che la maggior parte è costituita da brani della Bibbia e di altri testi sacri, mentre il mio commento rimane sostanzialmente contenuto. La Legge di cui parlerò di seguito è quella del Dio di Abramo, di Mosè e di Gesù Cristo.
Come si trasmette la Legge, da Dio agli uomini ?
Una lettura semplice ci fa subito scorgere un primo livello in cui Dio stesso recita (Esodo e Deuteronomio) e scrive su pietra (Deuteronomio) alcuni comandamenti, illustrati al popolo dalla voce di Mosè. E' il livello della comunicazione diretta, verbale e scritta, da Dio agli uomini. Su questo piano si pone anche gran parte del messaggio orale di Gesù, riportato nei vangeli.
Un secondo livello ci viene suggerito dalla considerazione molto attuale che il messaggio di Dio agli uomini non passa solo attraverso le parole dette o le frasi scritte. La comunicazione comporta molti diversi vettori che possiamo intuire essere negli atteggiamenti, nel fare, nel non fare, nella scelta degli amici ed in molto altro ancora.
Infine il terzo livello possiamo trovarlo nell'interpretazione e nella costruzione filosofica e teologica fatte dalla Religione.

Primo livello
Dio parla agli uomini


La Bibbia (Esodo 20-2:17) narra che Dio pronunciò queste parole al popolo d'Israele, in fuga dall'Egitto:
2 "Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù: 3 non avrai altri dèi di fronte a me. 4 Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. 5 Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, 6 ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi.
7 Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano.
8 Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: 9 sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; 10 ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. 11 Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro.
12 Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio.
13 Non uccidere.
14 Non commettere adulterio.
15 Non rubare.
16 Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
17 Non desiderare la casa del tuo prossimo.
Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo".

Le stesse Leggi sono riportate dal libro del Deuteronomio (Deuteronomio 5-6:20):
6 Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione servile. 7 Non avere altri dèi di fronte a me. 8 Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. 9 Non ti prostrerai davanti a quelle cose e non le servirai. Perché io il Signore tuo Dio sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione per quanti mi odiano, 10 ma usa misericordia fino a mille generazioni verso coloro che mi amano e osservano i miei comandamenti.
11 Non pronunciare invano il nome del Signore tuo Dio perché il Signore non ritiene innocente chi pronuncia il suo nome invano.
12 Osserva il giorno di sabato per santificarlo, come il Signore Dio tuo ti ha comandato. 13 Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, 14 ma il settimo giorno è il sabato per il Signore tuo Dio: non fare lavoro alcuno né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie, né il forestiero, che sta entro le tue porte, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te. 15 Ricordati che sei stato schiavo nel paese d'Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato.
16 Onora tuo padre e tua madre, come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sii felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dà.
17 Non uccidere.
18 Non commettere adulterio.
19 Non rubare.
20 Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
21 Non desiderare la moglie del tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna delle cose che sono del tuo prossimo.

Nel primo dei due testi (Esodo 21-1) Dio stesso aggiunge: "Queste sono le norme che tu esporrai loro". Si riferisce a quanto appena detto, ossia ai comandamenti, oppure a quanto segue ? Il dubbio credo sia fondato, se appena si legge la parte successiva, della quale riporto solamente alcuni brani:
2 Quando tu avrai acquistato uno schiavo ebreo, egli ti servirà per sei anni e nel settimo potrà andarsene libero, senza riscatto ...... 12 Colui che colpisce un uomo causandone la morte, sarà messo a morte ...... 16 Colui che rapisce un uomo e lo vende, se lo si trova ancora in mano a lui, sarà messo a morte ...... 22 Quando alcuni uomini rissano e urtano una donna incinta, così da farla abortire, se non vi è altra disgrazia, si esigerà un'ammenda, secondo quanto imporrà il marito della donna, e il colpevole pagherà attraverso un arbitrato. 23 Ma se segue una disgrazia, allora pagherai vita per vita: 24 occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, 25 bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido.

Una differenza di sostanza si avverte tra i comandamenti e le prescrizioni che li seguono: mentre i primi illustrano cosa non fare senza parlare di punizione, i secondi definiscono i tratti di un vero sistema giudiziario. "Non rubare", intima all'uomo di non fare un atto contrario al volere di Dio; "Chi uccide sarà ucciso" prescrive una pena: la pena di morte. Dato che norma vuol dire modello, regola, ordine, misura di riferimento o modo, ci sembra di poter intendere che Dio si riferisca sia ai comandamenti che alle leggi che li seguono. Si dice infatti "a norma di legge" come a dire secondo il metro, la regola o l'ordine definito dalla legge. I comandamenti sembrano tracciare le regole e le misure che le leggi devono avere come riferimento. Curioso come ai nostri occhi di cittadini del terzo millennio, queste leggi sembrino così simili ai rudimentali codici che regolavano la vita dei feudi, in un medioevo che aveva visto l'oblio del potente diritto romano. Curioso ancora scoprire un Dio apparentemente a favore della pena di morte: mi inquieta pensare ad un Massimo D'Alema più buono di Dio.
Sul fronte della Legge e della Norma dette da Dio al suo popolo, i comandamenti di Gesù Cristo. Quando gli si pone la domanda: “Qual è il più grande comandamento della Legge?” ( Matteo 22,36 ), Gesù risponde: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti” ( Matteo 22,37-40 ) [Deuteronomio 6,5; Levitico 19,18 ]. Il Decalogo deve essere interpretato alla luce di questo duplice ed unico comandamento della carità, pienezza della Legge. Il precetto "non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare" e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: "amerai il prossimo tuo come te stesso".
Ecco cosa dice Dio in sostanza: l'amore non fa nessun male al prossimo; pieno compimento della Legge è l'amore. In quella parte del vangelo letta oggi nelle chiese, o meglio in quella che la segue si trova una splendida summa dell'interpretazione che Gesù dà direttamente ad una moltitudine di gente, della Legge di Dio: si tratta del discorso delle beatitudini (Matteo 5-1:48) che non riporto ma che invito tutti a leggere.

LINK AL DISCORSO DELLE BEATITUDINI.

Secondo livello
Le azioni di Dio parlano agli uomini

Nei testi sacri, la Bibbia ed i Vangeli, leggiamo di un Dio paziente: il suo popolo lo dimentica e Lui ritorna come un amico fedele ad aiutarlo. Se espone leggi dure come quelle che abbiamo ricordato poco prima, tuttavia ha un'infinita carica di pazienza, di perseveranza e di fiducia nell'Umanità tutta. Viene da dire che è proprio l'Umanità intera la sua vera creatura. Adamo è la creatura di Dio e da questi il Creatore crea la donna; i due generano poi tutta l'Umanità che solo nella sua interezza conserva l'unicità dell'essere creatura di Dio. Gesù poi viene sulla Terra per sacrificarsi per tutti gli uomini e per avvertirli nuovamente che bisogna seguire il volere di Dio. Si sacrifica per tutta l'umanità ma i suoi comportamenti denunciano una grande attenzione ai problemi ed alla sofferenza di ciascun uomo o donna che incontri nel suo cammino. Chiama per nome chi lo cerca e non gli è mai stato presentato, vede gli invisibili, va a cercare gli ultimi con la semplicità ed il coraggio che diremmo proprio dei "figli di Dio". Pieno di delicatezze, esorta, conforta, guarisce, dà una seconda possibilità, parla di pentimento e di vita nuova per ciascuno e per tutti. E' benevolo con le prostitute e con i pubblicani pentiti, magnanimo di grazia con gli indigenti così come si mostra infastidito dai farisei, dai moralisti falsamente per bene. E' addirittura violento, in un modo infinitamente meno duro di Dio padre, con chi non ha rispetto e reverenza per il volere di Dio, come i mercanti del tempio e minaccioso con chi abbia in animo di far male ai bambini. Non c'è traccia nei discorsi di
Dio padre prima e nelle parole di Gesù dopo, di alte e raffinate costruzioni teologiche o filosofiche.

Terzo livello
I filosofi ed i teologi della religione

I Vizi e le Virtù, la Legge naturale, il momento esatto in cui inizia la vita, sono tutti concetti che elevano il livello del discorso. Parole ben più dotte di quelle che ha voluto pronunciare Dio stesso, si sono riversate come fiumi, in mari di volumi preziosamente rilegati. Dotte disquisizioni hanno sovrastato, con alta retorica e splendida forma, le semplici norme che Dio ci ha dato. Quando ci si innalza per vedere meglio, bisogna però salire molto al di sopra del livello delle nuvole e non rimanervi intrappolati dentro. Se saliamo molto al di sopra di questi meravigliosi monumenti filosofici e morali troviamo che alla fine di tutto bastava dire proprio: "Ama il prossimo tuo come te stesso".
Se molti dei numerosissimi dotti e saggi avessero fatto ciò, sarebbero rimasti disoccupati o costretti a trovarsi attività faticose e meno comode: ad esempio lavorare o fare qualche cosa di utile per gli altri o peggio dare il buon esempio.
Non criticherò oltre i dotti ed userò prudenza. Confesso che sono combattuto da un dilemma interiore che si capisce da quanto segue: apprezzo moltissimo un'opera molto bella (e molto dotta) di un padre della Chiesa, San Tommaso D'Aquino, "I vizi capitali". E' bella, davvero illuminante ed eternamente attuale. Ma servono veramente oltre 600 pagine per capire il concetto ? Forse per capirlo bene, in tutte le sue mille forme e sfaccettature, si. Ma se costringessimo gli altri a leggere tutta questa splendida dottrina non rischieremmo di fargli leggere al contrario la parola di Dio ? Non rischieremmo di farli agire secondo la norma "Ama te stesso come io ti ho detto di amare gli altri ?".
Considerazioni finali
Se tutti gli uomini avessero davvero l'amore verso il prossimo come principale norma del loro comportamento, allora e solo allora la Legge sarebbe dentro i loro cuori e dentro le loro azioni. Ecco che non servirebbe più scriverla nei codici e praticarla nei tribunali. Ma allora non è necessario che la Legge scritta dall'Uomo abbia in gli strumenti per conquistare il cuore il cuore dell'Umanità ? Non è necessario in ultimo che la Legge scritta dall'Uomo debba sempre prevedere strumenti utili ad avvicinarci verso l'unico obiettivo che renda tutti giusti ?
La Legge e le norme di Dio hanno insegnato all'Uomo che bisogna scrivere cosa non fare, prescrivere i giusti comportamenti e le punizioni per i trasgressori: noi abbiamo capito ed abbiamo scritto le nostre leggi.
La pazienza di Dio e la fiducia nell'Uomo ci hanno insegnato che si può cadere e rialzarsi ed imparare dai propri errori: la storia degli uomini è piena di seconde possibilità.
La dolcezza e le azioni di Gesù ci dovrebbero avere insegnato che bisogna guardare con amore ad ogni singolo uomo e mostra la via della gioia nell'agire secondo le buone norme: qui siamo veramente indietro.
Nonostante siano molti i seguaci di Gesù, la loro principale azione sul fronte delle Leggi dell'uomo è ancora volta a porre divieti e fabbricare recinti. Se parlassimo la lingua di Cristo, non vieteremmo ma diremmo con animo schietto cosa è bene e cosa è male fare e guidati dall'amore, sapremmo entusiasmare gli uomini con esempi di beatitudini e dare a ciascuno una speciale attenzione ed una seconda possibilità.
Sapremmo dire ad esempio che tutte le nostre leggi dovrebbero contenere una parte di prescrizione dei comportamenti corretti ed una di chiarificazione di quelli sbagliati; sapremmo chiarire bene la pena prevista e prevedere una possibilità di espiazione volta alla riparazione del danno fatto ed al recupero della persona umana, ad una dimensione nuova. Sapremmo prevedere parti in cui premiare i buoni comportamenti, per poter dire: beati quelli che rispettano ed aiutano a far rispettare questa nostra legge. Sapremmo scrivere la Legge in modo tale che essa preveda come migliorare la società, in modo che quanto prescrive diventi sempre di più patrimonio comune dell'animo umano. Sapremmo e vorremmo misurarne l'efficacia nel tempo in termini di funzionalità verso l'unico vero obiettivo di giustizia: che ciascuno ami il prossimo suo come se stesso.

Edoardo Capulli