
domenica 29 marzo 2009
Libero arbitrio o Testamento biologico

sabato 28 marzo 2009
PDL e PD, fusione calda e fusione fredda

domenica 22 marzo 2009
Tutta colpa dell’Euro?
Maastricht, l’inflazione ed i prezzi
Innanzitutto bisogna sapere che il trattato dell’Unione Europea all’origine dell’Euro, prevede che i paesi coinvolti abbiano a che fare con un’inflazione sempre al di sotto del 2% annuo. L’inflazione non è altro che la percentuale con cui aumentano i prezzi al consumo. Anche un valore basso, protratto negli anni, porta ad aumenti significativi.Ad esempio in un regime di inflazione costante al 2%, un oggetto che fosse costato l’equivalente di 1€ nel 1995, nel 1997 si sarebbe potuto comprare 1,04€. Nel 2001 lo avremmo trovato a 1,13€ e nel 2005 a 1,22€, per arrivare al 2008 quando per averlo avremmo dovuto sborsare ben 1,29€. Quasi il 30% di aumento complessivo in soli tredici anni, in un regime di inflazione sostanzialmente bassa.L’ISTAT nella ricerca “Indici e variazioni percentuali per tipologia di prodotti (1996-2009)” ha analizzato la variazione dei prezzi di alcune tipologie di prodotti della nostra spesa . Sono gli alimentari lavorati (pane, pasta, conserve, sughi, succhi, surgelati), quelli non lavorati (carne, pesce, frutta e verdura), i beni non durevoli (prodotti per la pulizia e la cura personale, medicinali), quelli semidurevoli (abbigliamento, calzature e libri) ed infine quelli durevoli (autovetture, arredamento, elettrodomestici). I beni durevoli sono i soli ad aver subito aumenti minori dell’inflazione tendenziale annua del 2%. A crescere in modo superiore a tale riferimento, soprattutto gli alimentari non lavorati, i beni semidurevoli e, nell’ultimo anno, gli alimentari lavorati. Mangiare e vestirsi, due attività che è prudente esercitare con gran frequenza, sono aumentate ben al di quanto ci si potesse aspettare. Dal 1995 fino a fine 2008 gli alimentari freschi sono aumentati del 35% in più rispetto all’inflazione. Ma la vera accelerazione si è avuta dopo il 2001. Infatti da quell’anno al 2008 la crescita totale del loro prezzo ha superato l’inflazione di ben il 48%. Facendo i conti, è come se gli alimentari non lavorati abbiano subito dal 2001 un’inflazione del 2,83% rispetto al semplice 2% tendenziale annuo voluto dall’Europa.
La spesa delle famiglie è fatta anche di servizi come i tributi locali, i trasporti, i pedaggi, i canoni, la telefonia, le poste. E’ fatta inoltre di prodotti energetici come l’energia elettrica, il gas, il riscaldamento, i carburanti ed i lubrificanti. Unendo in delle grafiche queste tipologie di prodotti con quelle viste prima, emerge un quadro più chiaro.
La linea tratteggiata indica l’inflazione media annua del 2%. Si vede chiaramente che tutti i prodotti, con la sola eccezione dei beni durevoli, sono aumentati più dell’inflazione tendenziale del 2%. Dal 2001 al 2008, i servizi sono aumentati con un ritmo del 2,55% all’anno. Nello stesso periodo gli energetici hanno dimostrato una crescita annua del 4,39%.
Un’altra indagine ISTAT, “I consumi delle famiglie Anno 2007”, mostra il peso delle diverse tipologie di prodotti nella spesa delle famiglie. Circa il 61% dei consumi ricadono tra le tipologie di prodotti che hanno avuto gli aumenti più alti. Il 19% è per i soli prodotti alimentari e le bevande. Il 39% degli acquisti ricade nell’ambito di quei beni durevoli che sono aumentati meno dell’inflazione attesa. Sulla base dei dati sui prezzi delle tipologie di prodotto e sulla composizione della spesa si può calcolare che l’inflazione media tra il 2001 ed il 2008,si è attestata attorno al 2,85%. Per chi volesse approfondire i risultati delle rilevazioni sulla dinamica dei prezzi ecco un link interessante:
http://www.istat.it/prezzi/precon/aproposito/archivio.html
E’ sparita mezza busta della spesa…
Riassumendo, dai dati ISTAT possiamo affermare che se nel 2001 con 40.000 lire riempivamo due buste di spesa, oggi con gli equivalenti 20,66 euro, dovremmo riempirne solo una e mezza. Rispetto alla percezione di Mauro e Giovanni, ispiratori di quest’analisi, c’è mezza busta di differenza. Sembra quindi che i dati ISTAT mostrino una situazione meno nera di quanto pensano molti italiani. Chi si sbaglia? “Vox populi, vox dei”, sembra puntare l’indice verso l’Istituto di statistica.
La percezione della gente è volubile e risente spesso di situazioni contingenti. Forse c’è del vero in un’idea persiste immutabile negli anni, come quella di un aumento dei prezzi troppo consistente. Dall’altro lato i metodi di rilevazione dell’ISTAT sono in concreto gli stessi da sempre. Varia solo la composizione del cosiddetto paniere, ossia l’elenco dei prodotti sui si fa il controllo dei prezzi, non senza polemiche. Un errore nel metodo, produrrebbe uno spostamento sistematico dei risultati in una specifica direzione. Vuol dire che in tal caso si avrebbero risultati che si discostano dalla realtà sempre in una direzione, in alto od in basso. Un vizio nell’applicazione della metodologia di rilevazione ISTAT, potrebbe mostrare aumenti dei prezzi sempre un poco minori del vero.
Dove sta l’intoppo
LA RILEVAZIONE ISTAT - Il paniere ISTAT è stato spesso accusato di non essere adeguato ai comportamenti d’acquisto degli italiani. A dire il vero si tratta di una raccolta di prodotti e servizi molto completa. E’ aggiornato tutti gli anni in modo da rappresentare la struttura dei consumi della popolazione. Ad esempio, nel 2003 è stato introdotto il canone abbonamento pay tv, il lettore DVD, il tavolo porta PC, nel 2004 la macchina fotografica digitale, nel 2006 è stato eliminato il tessuto per abiti e sono stati introdotti i jeans per bambini e gli apparecchi per i denti, nel 2008 sono comparsi la console per giochi ed il navigatore satellitare. La fonte principale è l’indagine ISTAT sui consumi che coinvolge ogni anno circa 28mila famiglie italiane. La rilevazione avviene oggi in 84 comuni (20 capoluoghi di regione e 64 di provincia). I prezzi sono rilevati in circa 41mila punti vendita (piccoli esercizi commerciali, grande distribuzione, mercati rionali), ai quali si aggiungono circa 8mila abitazioni per la parte che riguarda gli affitti. Nel complesso, sono circa 413mila le quotazioni di prezzo rilevate ogni mese. I dati sono raccolti attraverso la rilevazione territoriale effettuata dai comuni (80,3%) e quella centralizzata effettuata dall'ISTAT (19,7%).
LA RILEVAZIONE FATTA DAI COMUNI - Qui forse un primo problema è che i dati sono raccolti solo nel 79% dei capoluoghi di provincia. I comuni oggetto della rilevazione sono i maggiori centri abitati e coprono meno del 28% della popolazione. La dinamica dei prezzi nei restanti circa 8.000 comuni, in cui vive oltre il 72% degli italiani, non è osservata e potrebbe essere profondamente diversa.
Delle 533 rilevazioni sui prezzi del 2008, ben 481 sono fatte dai comuni e solo 52 direttamente dall’ISTAT in modo centralizzato. I comuni maggiori sono dotati d’uffici statistici. Tuttavia mai come in questi anni essi hanno presentato un’insieme di problemi sia di tipo economico che di selezione del personale. Da un lato i bilanci dei municipi sono sempre più stretti, al limite del blocco delle attività, dall’altro i vincoli alle nuove assunzioni e la possibilità di affidare incarichi ad personam, può influire sulla qualità dei servizi. Con le ristrettezze dei bilanci dei comuni italiani, si può anche pensare che l’ufficio statistica non sia certo quello su cui investire di più. A garantire sulla bontà del lavoro degli uffici statistici comunali una Commissione Comunale di Controllo, presieduta dal sindaco o da un suo delegato. Questi ha il compito di verificare i prezzi rilevati, le modalità d’elaborazione e l’adeguatezza del numero dei rilevatori impiegati. L'ISTAT, da parte sua, effettua verifiche e controlli di coerenza sulle informazioni che riceve.
Il dubbio è che i comuni non riescano sempre a svolgere questo ruolo in modo adeguato. Chi volesse può chiedere al comune capoluogo di provincia, copia delle verifiche della Commissione di controllo.
LE CONTROMISURE DELLA GRANDE DISTRIBUZIONE – C’è da chiedersi come escludere che la grande distribuzione ed i produttori, avendo capito molto bene la composizione del paniere, possano aver differenziato l’offerta in modo vantaggioso per loro. Ad esempio avrebbero potuto aumentare poco i prezzi dei prodotti controllati, e tanto quelli dei prodotti nuovi e più appetibili. Accanto a un pacco di CHEBUONO, il cui prezzo aumentava piano, avrebbero potuto offrire SuperCHEBUONO, con vitamine o fermenti lattici, più caro e con un prezzo sempre in salita. Se il paniere controlla i rigatoni, possono venir fuori nuovi formati di pasta, eccetera.
Dato che i grandi supermercati controllano la nostra spesa al centesimo, attraverso le cosiddette carte fedeltà, non potrebbe l’ISTAT avvalersi direttamente dei loro dati di dettaglio? Nel caso almeno dei generi di largo consumo è senza dubbio possibile passare da analisi statistiche a vere misurazioni sul campo.
LE DIVERSE TIPOLOGIE FAMILIARI – Nella sezione domande e risposte sugli indici dei prezzi al consumo del sito dell’ISTAT, compare la domanda: “Esiste un modo per calcolare quanto le variazioni di prezzo incidono sui bilanci di spesa di diverse tipologie familiari?”. La cosa è ragionevole viste ad esempio le diverse situazioni di famiglie che debbono pagare un affitto od un mutuo, rispetto a chi ha la casa. L’Istituto stesso spiega come il problema sia sentito a livello europeo ma le soluzioni siano non facili. Senza voler spaccare il capello in quattro, tuttavia credo che si possa chiedere uno sforzo per dare una chiave di lettura, almeno in poche tipologie di massima. Il dichiarare una spesa media abitativa per famiglia senza distinzioni, aiuta poco a capire i problemi di chi arriva con difficoltà a fine mese.
MISTER PREZZI – Dopo le dimissioni di febbraio 2009 del primo Garante della sorveglianza dei prezzi, Antonio Lirosi, nominato da Prodi, il nuovo responsabile è Luigi Mastrobuono. Il suo curriculum pubblicato sul sito di Confindustria, di cui è stato Vice Direttore Generale è questo:
Nato a Roma nel 1954 - Laurea in Giurisprudenza
Ha ricoperto gli incarichi di:
- Amministratore Delegato Bologna Fiere SpA
- Presidente di IPI Istituto per la Promozione Industriale
- Segretario generale di Unioncamere
- Sottosegretario all'Industria con competenza per commercio, artigianato, piccole imprese e fiere
- Segretario generale all'Ente vaticano per il Giubileo 2000
- Segretario generale Confcommercio
- Amministratore Delegato Fiera di Roma S.r.l.
Ha fatto parte dei Consigli di Amministrazione di varie Società, soprattutto di servizi rivolti alle imprese ed ai Sistemi Associativi
A lui il compito di dirigere il nuovo organismo voluto dalla Finanziaria del 2008, al quale il decreto “Brunetta” (D.L. 112/1998) ha tolto l’obbligo di verificare le segnalazioni delle associazioni dei consumatori riconosciute. Il garante è tenuto solamente ad analizzare le segnalazioni ritenute meritevoli d’approfondimento. I risultati delle indagini finalizzate che svolge sono messi a disposizione dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, solo su richiesta.
Proposta per il futuro
VISIONE MULTIPLA – La statistica è una scienza. Tuttavia il pensiero corre alle cantonate prese dagli exit-poll alle elezioni degli ultimi anni. Con un facile gioco di parole può venire anche in mente la grande verità fissata dal genio poetico di Carlo Alberto Palustri, noto con il nome di Trilussa, nei versi su statistica e polli: « … da li conti che se fanno - seconno le statistiche d'adesso - risurta che te tocca un pollo all'anno: e, se nun entra nelle spese tue, t'entra ne la statistica lo stesso perch'è c'è un antro che ne magna due. ». Serve quindi avere un diverso punto di vista per confermare o confutare le statistiche ISTAT. Una prima linea di azione potrebbe essere l’obbligo di chi gestisce le carte fedeltà a consegnare entro un ragionevole periodo, i dati sugli acquisti all’ISTAT. L’Istituto in conformità a questi dati di effettiva misurazione, dovrebbe elaborare degli indicatori per meglio calibrare i propri metodi statistici.MAGGIORI CONTROLLI – E’ palesemente inutile mantenere le Commissioni comunali di controllo se queste sono presiedute dal sindaco o suo delegato. Meglio invece abolire questi organismi, separando il controllato dal controllore. Anziché quindi limitare i poteri di verifica e di controllo del Garante della sorveglianza dei prezzi, si dovrebbe assegnargli il compito di fare indagini periodiche sulla qualità dell’azione degli uffici statistici comunali. Tale possibilità dovrebbe poter essere estesa anche alle associazioni di categoria dei consumatori. In tal modo potranno emergere eventuali inadeguatezze sia nel metodo che nelle risorse comunali preposte a registrare i prezzi.
MAGGIORE COORDINAMENTO – Il Garante per la concorrenza, quello per la sorveglianza dei prezzi, l’ISTAT, le associazioni dei consumatori, dovrebbero avere un migliore coordinamento. Una quota rilevante dell’attività di ciascun soggetto consiste nel riproporre in altra salsa il lavoro fatto dagli altri. Si dovrebbero definire ruoli distinti in modo da rendere maggiormente incisiva l’azione di ciascun soggetto, una volta definiti gli obiettivi. Nel caso dei prezzi l’obiettivo non deve essere solo quello di misura corretta dell’inflazione, importante per i parametri europei. A fianco ci deve essere anche la volontà di limitare gli abusi volti ad aumentare la spesa delle famiglie italiane per l’utilità di pochi speculatori.
RICERCHE E STUDI – Devono essere stimolati studi e ricerche volti a proporre metodologie alternative di misurazione dell’andamento dei prezzi, non basati sempre e in ogni caso sul lavoro ISTAT. Un’accorta politica di defiscalizzazione dei contributi per ricerche svolte in ambiente universitario o presso Istituti di ricerca, potrebbe attrarre fondi di aziende interessate ad affinare le politiche di marketing. Il vantaggio, in termini di chiarezza e di conoscenza sarebbe però di tutti.
audiopost LEXCIVILIS
mercoledì 11 marzo 2009
La Carlsberg di Ceccano e gli operai che “non servono” più
audiopost LEXCIVILIS
domenica 8 marzo 2009
Lettera degli operai della Carlsberg di Ceccano all'assessore regionale
Ceccano 8 marzo 2009
Dott.ssa Tibaldi,
Con la presente, le maestranze della Carlsberg Italia di Ceccano (Fr) vogliono ringraziarla per l’impegno fin qui profuso alla nostra causa di disagio che proviamo non solo per il rischio (sempre più concreto) della perdita del lavoro, ma per la dignità di cui ci sentiamo defraudati come uomini, madri e padri.
Le istituzioni sembrano aver compreso che questa situazione della Carlsberg di Ceccano ha poco a che fare con una crisi di così grande proporzione, bensì trattasi di una sensibile mancanza di lungimiranza del gruppo Carlsberg. Infatti il nostro sito altamente qualificato ha contribuito alla forte immagine “Carlsberg”, producendo un prodotto riconosciuto a livello europeo dalla Carlsberg Italia stessa. Negli ultimi cinque anni infatti, le accise sulla birra sono aumentate di circa il 60%, causando ai produttori italiani una riduzione dei propri margini di guadagno e consentendo così l’ingresso di prodotti stranieri a prezzi altamente concorrenziali. Le chiediamo accoratamente di farci da portavoce affinché le richieste fatte ai vari esponenti politici, ci conducano ad un tavolo ministeriale, che affronti non solo il problema degli ammortizzatori sociali più efficaci e straordinari come questa crisi richiede, ma di trovare una soluzione industriale che ci consenta di recuperare la nostra dignità. Ciò potrebbe favorire un eventuale vendita concedendo a chi ne fosse interessato di vedersi sgravare di alcuni oneri fiscali, inserendo Ceccano nella “zona franca” essendo Ceccano stessa polo industriale di Frosinone. Tale richiesta vorremmo la rammendasse al presidente Marrazzo al quale l’abbiamo già presentata, in occasione della sua venuta a Ceccano nei giorni scorsi. Certi del suo personale interessamento le rinnoviamo la nostra stima e gratitudine anche per essere qui oggi.
I dipendenti Carlsberg di Ceccano
8 Marzo, una festa di Giustizia

giovedì 5 marzo 2009
Il massimo profitto di pochi...
giovedì 19 febbraio 2009
I nodi vengono al pettine

sabato 7 febbraio 2009
LEXCIVILIS ANNO ZERO - il libro
martedì 20 gennaio 2009
La morte di Luigi Preti
E' morto un grande italiano. Un uomo che ha creduto e combattuto per la democrazia. Giovane antifascista, membro della Costituente, varie volte ministro. Fu tra i fondatori del Partito Socialdemocratico Italiano.sabato 17 gennaio 2009
LEXCIVILIS ANNO ZERO
Ecco qui sotto lo spot su Youtube, che prende a spunto la vicenda della pubblicità atea sui bus di Genova:
domenica 11 gennaio 2009
La politica in televisione, spot o fatti?
Nelle teche RAI[1] ho potuto rivedere un discorso di Alcide De Gasperi. Mi ha colpito per quanto era bello, profondo e comprensibile. Non credo di mancare di rispetto a nessuno, se dico che da allora, non abbiamo avuto più modo di ascoltare interventi politici altrettanto belli. Quello che De Gasperi comunicava con le sue parole e con la sua vita, è stato un esempio mai più raggiunto nei tempi successivi. La differenza con chi si occupa di politica oggi, è molto marcata. De Gasperi era un vero statista, un uomo di grande cultura e preparazione, un patriota, un vero servitore dello Stato. Oggi penso che di uomini e donne come lui ve ne siano molti in Italia. Nessuno di essi, probabilmente si occupa con successo di politica. Mentre il filmato del 1946 scorreva, rimanevo incantato ad ascoltare l’allora Primo Ministro parlare con quel tono vagamente enfatico che si usava allora. Mi hanno rapito il contenuto, la forza, e la coerenza che c’erano dietro alle sue parole.Oggi purtroppo sopporto a stento gli interventi dei nostri politici, immancabilmente riportati dai telegiornali. Ho sempre l’impressione che la parte più in risalto dei notiziari televisivi, sia proprio la politica. Se non accade qualche cosa di importante, i telegiornali si aprono con una successione degli interventi dei politici. Tutti, a turno, devono fare la loro comparsa. Non serve neppure che ci sia una polemica in corso. L’occasione può essere un’inaugurazione, un convegno, una presentazione. Comunque sia, il parere dei nostri parlamentari ci giunge ogni mattina, pomeriggio e soprattutto sera, senza risparmiare praticamente nessuna edizione. Telegiornali e trasmissioni di informazione ed intrattenimento, sono un palcoscenico molto ambito da chi vuole apparire. I direttori ed i loro giornalisti evidentemente non sono in condizione di rifiutare tanta generosa partecipazione.
Trasmissioni come Omnibus, su La7, od il caffè di Corradino Mineo, di RaiNews24, trasmesso la mattina su Rai3, hanno una decisa prevalenza tra gli ospiti, proprio di politici. Parlo non a caso di due trasmissioni che mi piaccio molto, ed a cui non saprei fare alcuna critica. Nel caso della seconda, l’emittente elenca le diverse puntate su internet, ricordando anche il nome degli ospiti. Mi sembra un bell’esempio di trasparenza e di chiarezza, che molte altre trasmissioni dovrebbero imitare. Per questo motivo, sono riuscito a fare una ricostruzione su ben sessantaquattro puntate, trasmesse dal primo luglio al diciassette ottobre 2008. Per ciascuna puntata ho trovato gli ospiti, rintracciandone l’origine, politica o meno. Quindi ho fatto una tabella, riassunta nel grafico che potete vedere qui sotto.
Come si vede, la presenza di ospiti non politici, come potrebbero essere giornalisti, esperti tecnici, personaggi della cultura o della scienza, rappresenta solo il ventotto per cento del numero degli ospiti. Pur riconoscendo che il direttore Mineo è davvero un intelligente ed equilibrato moderatore, e che probabilmente la politica sia l’argomento principe della trasmissione, il settantadue per cento di presenza di politici sembra veramente tanto. Se si parla di politica, forse ci si scorda che i soggetti non sono solo i rappresentanti dei partiti, ma anche i cittadini amministrati, le associazioni e le categorie per cui si fanno le leggi, gli esperti dei settori di cui si interessa la politica, gli storici, gli analisti. Dare spazio a questo tipo di persone renderebbe più profonda la riflessione sui contenuti della politica, portando la gente a ragionare sui fatti esposti.
Spesso però anche i telegiornali diventano, su questo fronte, una raccolta di diversi pareri, senza che vi sia una buona razione di fatti. A fronte di un evento politico, ci si aspetterebbe un’ampia ed imparziale rappresentazione degli avvenimenti, alla quale far seguire al massimo i pareri degli interessati. Mancando la prima parte, le cose che accadono ci vengono direttamente presentate dalle dichiarazioni dei politici. Il giudizio degli spettatori si basa quindi sull’adesione quasi sempre scontata alla versione fornita dai rappresentanti la propria fede politica. I giornalisti non si sbilanciano, e nel contempo guadagnano la gratitudine dei rappresentanti dei partiti. Oltre che nei notiziari, la presenza dei politici è alta soprattutto nelle trasmissioni di approfondimento. Ve ne sono alcune fortemente incentrate sulla politica, come Matrix, Porta a Porta, Ballarò, Annozero, Omnibus, L’Infedele, Otto e mezzo. Oltre a queste, altre trasmissioni di intrattenimento usano con successo le apparizioni in video dei politici per fare ascolti, come Striscia la Notizia o Le Iene.
Restando ai notiziari televisivi, si può cercare di calcolare la presenza della politica e dei politici. Per questo ci si può avvalere dei dati che la AGICOM (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), dovrebbe raccogliere per assolvere ai suoi compiti di controllo del pluralismo sociale, politico, ed economico, nel settore della radiotelevisione. Questi dati sono disponibili, inspiegabilmente, solo fino a settembre 2008. Da allora non c’è stata più nessuna relazione in merito. Ho quindi utilizzato il rapporto “Pluralismo politico in televisione 1–30 settembre 2008”, scaricabile dal sito dell’autorità, evidenziando i tempi di presenza della politica nei telegiornali delle fasce orarie 12-14 e 19-21. I telegiornali in questione sono quelli delle tre reti RAI, delle tre Mediaset e di La7. Le tabelle AGICOM distinguono il tempo di parola del soggetto politico od istituzionale, quello di notizia, e la somma dei due, detta tempo di antenna. Per soggetto politico, si intende chi parla in rappresentanza di partiti o formazioni politiche, mentre per soggetto istituzionale, un rappresentante delle istituzioni, sia pure chiaramente un politico. Un intervento del presidente Fini, ad esempio, è conteggiato nel tempo istituzionale, a meno che non parli a nome del suo partito. Usando le guide tv, ho poi ricavato la durata complessiva dei telegiornali in questione. Questo dato potrebbe essere leggermente sovrastimato.
Il risultato è esposto nella tabella seguente.

Emerge che i rappresentanti dei partiti e delle istituzioni parlano nei principali telegiornali per il 4,8% del tempo, ossia per quasi undici, su duecentoventitre, ore di trasmissione al mese. Complessivamente l’informazione politica che si aggiunge alle parole dei politici, impegna un ulteriore 6,6% del tempo. Oltre l’undici per cento del tempo, della nostra informazione delle fasce di maggior ascolto, è diviso quasi a metà tra l’informazione istituzionale e politica, e le dichiarazioni dei politici.
Invece dei telegiornali principali, si può calcolare la durata complessiva di tutti quanti quelli trasmessi nel mese di settembre 2008. Si ottiene una valore che oscilla tra le cinquecentoottantotto e le cinquecentonovantacinque ore. L’incertezza del dato è legata alla difficoltà di ricostruire tutti gli orari a partire dalle guide tv. Ammettendo di aver fatto un errore pari ad un’ora in più od in meno, per ciascuna giornata ed emittente, la presenza in parola, notizia, o tempo di antenna, dei politici è la seguente:
Parrebbe una percentuale molto piccola. Certamente questi dati sembrano in disaccordo con la percezione di una vera occupazione dei telegiornali da parte dei politici, che accomuna molti italiani. Può esserci più di una spiegazione per questo fenomeno. Ad esempio il fatto che la politica sia quasi sempre il pezzo di apertura dei TG, rende questo tipo di argomento maggiormente evidente. Inoltre il fatto che nelle parti finali di telegiornali si trattano spesso argomenti leggeri e di costume, può far si che molte persone non li seguano fino alla fine. In tal caso il telegiornale visto, sarebbe sensibilmente più corto di quello trasmesso, e la percezione del peso percentuale della parte politica, aumenterebbe. Infine, più per completezza che per convinzione, si può dire che le statistiche siano sbagliate e diano una misura ridotta della presenza dei politici in tv.
Certamente, legandomi idealmente alle considerazioni con cui ho aperto questo capitolo, la bassa qualità degli interventi dei nostri attuali politici, spesso intrisi di polemica e vuoti di contenuti, ce li fa percepire come più pesanti, anche in durata, di quanto non siano in realtà. Il telegiornale, per molti, è una vetrina dove fare uno spot personale, quando arriva il proprio turno. La pubblicità, si sa, stufa e sembra non finire mai. Ma se tornasse a parlare ancora, qualcuno come De Gasperi, il suo discorso ci sembrerebbe sempre troppo breve. Il tempo, come tutto, è relativo.
[1] Le teche RAI sono spezzoni di trasmissioni del passato, disponibili per la visione su internet.
